Storia degli ospedali nel Friuli Occidentale
Le origini medievali degli ospedali della Destra Tagliamento
A cura di Roberto Castenetto, Centro Culturale "Augusto del Noce", Pordenone
Narrano le cronache che a Spilimbergo «nel 1324 morì un certo tale, confortato dai Battuti, sotto il portico d'una casa, e perciò i Battuti esposero ai Signori esser vergogna che ciò accadesse nella terra, e tosto li 26 giugno di quell'anno diessi principio ad una casa d'ospizio»1. L'episodio, nella sua semplicità cronachistica, fa capire molto bene la dinamica che poteva originare un ospedale nel Friuli del XIV secolo: da una parte c'è un bisogno, quello dei tanti «pauperes per stratam» di cui parlano le cronache, ovvero di coloro che, sempre più numerosi soprattutto nella seconda metà del Trecento, vivevano in condizioni di indigenza, dall'altra vi è la sensibilità cristianamente educata degli affiliati alla confraternita dei Battuti, senz'altro la più diffusa a quel tempo in Friuli, i quali non rimangono indifferenti al bisogno2. Ma la storia degli ospedali friulani è ancora tutta da scrivere. Non esistono infatti studi approfonditi sulle istituzioni ospedaliere locali, salvo alcune eccezioni3; e la situazione è particolarmente evidente nel Friuli Occidentale.
L'ospedale, sostanzialmente sconosciuto all'antichità, a parte il caso dei valetudinaria, ovvero degli ospedali militari romani del Tardo Impero, è una realtà nata dalle prime comunità cristiane, come luogo di accoglienza dei fratelli che si trovavano in viaggio o in uno stato di necessità, ma anche come forma di assistenza specializzata per orfani, ammalati e anziani, soprattutto nelle aree orientali dell'Impero romano4. Nella diocesi di Concordia non è possibile stabilire se siano esistite strutture di tale tipo durante i primi secoli del cristianesimo. I primi luoghi di ricovero attualmente documentati risalgono all'alto-medioevo e sono costituiti dai conventi benedettini. Tale rete di accoglienza, probabilmente affiancata anche dalle chiese pievane, che potevano avere dei locali destinati all'ospitalità, fu sufficiente sino al tempo delle crociate, quando aumentò il flusso di persone e merci dal Centro Europa verso i porti mediterranei e viceversa. Agli ospizi benedettini si aggiunsero allora quelli degli ordini cavallereschi (Templari e Giovanniti), documentati, nel caso della Destra Tagliamento, a San Quirino ( Mason)5, Prata e Sacile, nonché quelli di Sant'Antonio Abate6. Tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo sorse poi una fittissima rete di piccoli ospizi gestiti da confraternite dei Battuti o Disciplinati, alcuni dei quali diventarono, a partire da Quattrocento, dei veri e propri ospedali in senso moderno, ovvero dei luoghi destinati principalmente agli ammalati, come nei casi di Spilimbergo, Maniago, Sacile, Pordenone, San Vito al Tagliamento e Portogruaro.
Per quanto riguarda questi ultimi, si è già detto del motivo per cui sorse l'ospedale dei Battuti di Spilimbergo, cui fu annessa nel 1326 una chiesa dedicata a San Pantaleone. Nel 1342 subentrarono nella struttura i Frati Eremitani di Sant'Agostino e i Battuti costruirono un'altra Chiesa, con annesso ospizio, dedicata a San Giovanni Battista7, nella quale è possibile ancor oggi ammirare, nonostante la radicale ristrutturazione del secolo XVIII, una crocifissione del XV secolo particolarmente espressiva, secondo la tipica spiritualità dei Battuti tesa all'immedesimazione con il sacrificio di Cristo.
Anche l'ospedale di Maniago dovrebbe risalire al Trecento, dato che nel 1411, il Vescovo di Concordia autorizzò la locale confraternita dei Battuti ad erigere l'oratorio dell'Immacolata Concezione presso un ospedale preesistente, nell'angolo Nord-Ovest dell'attuale Piazza Italia8. Un piccolo ospizio sorse nel Trecento pure a Montereale, nella frazione di Grizzo, come ricovero per coloro che, percorrendo la via pedemontana, guadavano il fiume Cellina. Nel Liber censualis della Diocesi di Concordia, fatto compilare a metà del Trecento dal vescovo Guido de Guisis, si legge infatti che «ecclesia et hospitale et fradalia ville Montis Regalis debent omni anno in festo beati Stephani de Augusto duas libras piperis episcopatui Concordiensi pro honorancia».9
Un altro piccolo ospedale si trovava a Porcia, nel pian terreno di una casa ubicata probabilmente presso la chiesa di Santa Maria. Sembra che potesse ospitare da quattro a dodici persone, assistite, fino al XIX secolo, da un priore e da una fantesca: il medico era chiamato solo in caso di necessità. Era governato dal gastaldo della locale confraternita dei Battuti, il quale era obbligato, come recita lo sttuto del 1589, «con le entrate di essa confraternita, tener fornito l'hospitale di leti, lenzuoli, coperte et di tutte le cose necessarie a beneficio dei poveri et pellegrini».10 Il primo lascito testamentario che lo riguarda risale al 1472, quando il pellicciaio Daniele Urbani, alla presenza del cappellano della confraternita, Giovanni Antonio, figlio di ser Odorico Cavertinis, e di vari latri artigiani, lasciò venticinque lire di soldi per le necessità degli ammalati. Significativo poi quello di donna Lucia, la quale nel 1525 donò un letto con due lenzuola nuove e due entimelis, ovvero due tralicci per guanciale, nonché due staia di frumento e una brocca di vino ogni anno.11 L'ospedale presumibilmente sorse verso gli inizi del Trecento, quando il borgo di Porcia si sviluppò ai piedi dell'area castellana, in seguito all'arrivo di numerose persone provenienti dal Veneto Orientale e dal resto della Destra Tagliamento, evidentemente attirate dalle prospettive di lavoro offerte dal territorio puliliese.12
Le origini dell'ospedale di Pordenone sono incerte, ma molto probabilmente legate al Portus Naonis, importante scalo delle vie di comunicazione tra Venezia e «Centro Europa, in età medievale e moderna. Il primo documento che lo riguarda risale al 1319, quando alcuni Vescovi, da Avignone, concessero un'indulgenza a coloro visitassero l'ospedale e la sua cappella nelle feste della Vergine13; ma non è escluso che esso esistesse già verso la metà del XIII secolo, forse legato all'antica chiesa di Sant'Antonio Abate, un tempo esistente presso il duomo di San Marco.
L'ospedale, gestito dalla confraternita dei Battuti e dal Comune di Pordenone, fu oggetto nel corso dei secoli, di numerosi lasciti testamentari e donazioni, purtroppo solo in parte documentabili per la scomparsa del prezioso codice quattrocentesco in cui un congruo numero di essi era registrato; particolarmente significativi comunque alcuni lasciti relativi alla fine del XIV secolo, quando evidentemente ci fu uno sforzo per dotare la struttura di nuovi posti letto: nel 1382, ad esempio, Zanutto di Castilluto, figlio di Giovanni Artico di Pordenone, dona «unum suum lectum de fustaneo, cum uno pulvinare et una cultra et uno pare linteaminum»14; nel 1396, una donna di nome Maria lascia «hospitali ecclesie Sancte Marie de Portumnaonis pro pauperibus Christi entrantibus et stantibus seu venientibus in dictum hospitalis unun lectum de tele, unum plumatum de pignolato, unum par linteaminum non novorum et cultram unam», oltre a dieci ducati d'oro15; nello stesso anno i Ricchieri donano ben cento ducati per la costruzione di una nuova camera16, mentre nel 1399, un'altra donna, Agnese, dona «unum lectum de plumis, unum pulvinar et duo linteamina»17.
Si trattava comunque di una piccola struttura, di una quindicina di posti letto, poi raddoppiati nel corso del XVI secolo, quando la rendita annuale era di circa 600 ducati, spesi per innumerevoli necessità, come risulta dal seguente elenco18: «tener ed allevar bastardi e metterli a mestier,dar soccorso a putte per maritarsi,distribuir panni grigi a poveri per vestirsi,dar sovvenzioni in danaro e biave ai poveri,pagar salari ai camerari e altri provvisionati, ai medici e chirurghi per li poveri,provveder letti, lenzuoli, capezzali e schiavine per l'ospitale».19
Fino alla metà del XVIII secolo poveri e degenti di entrambi i sessi erano alloggiati in un unico stanzone, ubicato di fronte all'attuale Chiesa del Cristo, la quale fungeva da chiesa dell'ospedale e che trasmise il titolo, Beata Vergine Maria degli Angeli, all'odierna Azienda Ospedaliera di Pordenone.
Per comprendere meglio le motivazioni ideali che muovevano i membri della confraternita dei Battuti di Pordenone nella loro opera assistenziale, è importante considerare l'esortazione che rivolse loro il cappellano del sodalizio Pietro Edo (1427-1504). In essa il sacerdote umanista sottolinea come ogni confratello avesse deciso di entrare nella fradese, come allora si diceva, «specialmente avendo respetto a la excellente auctoritate et singular potentia de quella triumphante donna et gloriosa vergene Maria … a la quale voluntariamente ve havedi obligadi dover sempre servire». Perché tale impegno diventasse reale, continuava Pietro Edo, era necessario che «ciascun de nui receva et nel suo chore depença le singulare insegne de questa nostra magnifica et excellente capitania et sacratissima regina del cielo et de la terra, le qual insegne foreno et sono due principali, cioè humilitade et oboedentia».Ma anche l'umiltà e l'obbedienza non sarebbero state possibili senza il precetto dell'amore fraterno: «et sopra tutto amarvi l'un l'altro, perché dove non è charitade non po esser vera humilitade et obedientia, sença la qual virtude non è possibele che alguna fraternitade possa esser perfetta, over durare longamente».20 E vale la pena infine notare che l'invito ad imitare la Vergine Maria nella sua umile obbedienza e nella sua sollecita premura verso chi è nel bisogno non era rivolto a dei religiosi, bensì a dei laici, molti dei quali abili mercanti ed artigiani, che così si assumevano la responsabilità della propria e altrui santificazione, come si erano assunta quella della propria attività economica o della propria famiglia.
Sempre di origine trecentesca sono gli ospedali dei Battuti di Portogruaro e San Vito al Tagliamento, risalendo alla terza decade del secolo il primo e probabilmente al 1360 l'ultimo, quando è documentato per la prima volta un «hospitalium Beatae Mariae Virginis Battutorum» 21. Costituito da un unico stanzone alto sei metri, che fungeva sia da luogo di ricovero sia da cappella, fu poi ampliato per far fronte alle aumentate esigenze di cura e ospitalità: dapprima fu costruito un secondo piano, in seguito un'ulteriore sopraelevazione, affiancata dalla nuova chiesa, ampliata molto probabilmente nel 1493.22 Quest'ultima, affrescata da Pomponio Amalteo, nella prima metà del Cinquecento, venne visitata nel 1584 dal Vescovo di Parenzo Cesare De Nores, il quale constatò che gli otto letti presenti nell'ospedale erano «satis instructa», ovvero abbastanza forniti, ma ordinò che gli uomini fossero separati dalle donne. Tuttavia la situazione di promiscuità, tipica delle prime forme di ospedale, continuò anche negli anni successivi, dato che il Vescovo di Concordia Sanudo I, nel 1599, ribadì l'invito a evitare che le donne fossero ricoverate assieme agli uomini e a tal fine ordinò che per loro si utilizzasse il «solaro di sopra», dove normalmente si riuniva la confraternita.23 Agli inizi del Settecento si decise di trasferire l'ospedale in altra sede e in una descrizione del 1760 si trova ormai scritto che annesso alla chiesa di Santa Maria «evvi un ospedale fondato colle oblazioni de' confratelli per ricevere e ricoverare li pellegrini che di passaggio ritrovansi di andata o di ritorno si da Roma come dagli altri santuari».24
Si è voluto con queste brevi note offrire solo un rapido profilo dei principali ospedali della Destra Tagliamento, colti nella loro origine tra medioevo ed età moderna, una testimonianza capillare di solidarietà che ci viene dal passato forse utile anche per comprendere e orientare un presente che si trova sempre più a fare i conti con le sfide della carità.
1 F.C. CARRERI, Spilimbergica, Udine, 1900, 136.
2 Della vasta bibliografia sulle confraternite si ricordano solo alcuni importanti contributi di sintesi: innanzitutto è d'obbligo la lettura di G.G. MEERSSEMAN, Ordo fraternitatis. Confraternite e pietà dei laici nel Medio Evo, in collaborazione con G.P. PACINI, Roma, 1977; un'agile introduzione all'importante fenomeno confraternale è quella di G. ANGELOZZI, Le confraternite laicali: un'esperienza cristiana tra medioevo e età moderna, Brescia, 1978, mentre delle brevi ma fondamentali rassegne sui problemi più dibattuti in sede storiografica si trovano in R. RUSCONI, Confraternite, compagnie e devozioni, in La Chiesa e il potere politico, Storia d'Italia, Annali IX, Torino, 1986, 469-506; D. ZARDIN, Le confraternite in Italia settentrionale fra XV e XVIII secolo, Società e storia 35, 1987, 81-137; L. BERTOLDI LENOCI, L'istituzione confraternale. Aspetti e problemi, Fasano di Brindisi, 1996; L. PAMATO, Le confraternite medievali. Studi e tendenze storiografiche, in Il buon fedele. Le confraternite tra medioevo e prima età moderna, Verona, 1998, 9-5. Molto utile è poi il lavoro di C. F. BLACK, Le confraternite italiane del Cinquecento, Milano, 1992. Sui battuti o disciplinati vedi Il Movimento dei Disciplinati nel settimo centenario dal suo inizio (Perugia 1260), Perugia, 1962; per quanto riguarda il Friuli si veda P. CAMMAROSANO, F. DE VITT, D: DEGRASSI, Storia della società friulana. Il Medioevo, Udine, 1988 e Storia della solidarietà in Friuli, Milano, 1987; per il Friuli occidentale E. DEGANI, Le nostre fraterne dei Battuti, Portogruaro, 1906, G.P. PACINI, Confraternite e pietà dei laici nella Diocesi di Concordai, in Società e cultura del Cinquecento nel Friuli occidentale, a cura di A. DEL COL, Pordenone, 1984, 183-199, e P. GOI-P.C. BEGOTTI, Un capitolo della storia religiosa: le Confraternite, in Azzano Decimo, 2 voll., Azzano Decimo, 1986, I, 93-150.
3 La base di partenza per ogni studio è indubbiamente P.C. CARRACCI, Antichi ospedali del Friuli, Udine, 1968, cui si deve aggiungere il saggio di M.G. B. ALTAN, Ospizi e xenodochi lungo le vie percorse da pellegrini, da romei e da crociati, in Storia della solidarietà in Friuli, Milano, 1987, 38-72. Sempre in riferimento alla pratica dei pellegrinaggi, ma in ambito soprattutto veneto, risulta fondamentale lo studio di S. BORTOLAMI, «Locus magne misericordie». Pellegrinaggi e ospitalità nel Veneto medioevale, in I percorsi della fede e l'esperienza della carità nel Veneto medioevale, a cura di A. RIGON, Monselice, 2002, 81-131. Per quanto riguarda Udine, che risulta essere la realtà più studiata, vedi Ospitalità sanitaria in Udine. Dalle origini all'ospedale della città (secoli XIV-XVIII), a cura di L. MORASSI, Udine, 1989. Infine, per quanto riguarda il Nord Italia, vedi la rassegna di studi Ospedali e città. L'Italia del Centro Nord, XIII-XVI secolo, a cura di A. J. GRIECO e L. SANDRI, Firenze, 1997.
4 Per una breve storia della sanità vedi Il bene e il bello. I luoghi della cura, a cura di G. COSMACINI, Firenze, 2001.
5 P.C. BEGOTTI, Templari e Giovanniti in Friuli. La Mason di San Quirino, Pordenone, 1991.
6 Uno di pochi studi sulle confraternite friulane di Sant'Antonio Abate è quello di R. TOSORATTI, Sanità nel Sandianelese: una storia, una cultura, San Daniele del Friuli, 1994.
7 Alcune note sono contenute nel libretto La Chiesa di S. Giovanni e la Confraternita dei Battuti di Spilimbergo, Pordenone, 1961.
8 G. CHIARADIA, Tre generazioni per un ospedale. 1911-1974, Maniago, 1075, 19.
9 A. SCOTTA', La diocesi di Concordia e le temporalità vescovili, Portogruaro, 1999, 261; sulla confraternita di Grizzo vedi anche R. CASTENETTO, La pieve, la parrocchia e la confraternita. Note storiche sulla Fradese di Grizzo, in La “Fradese” di Grizzo. La chiesa e la confraternita, a cura di P. GOI, Pordenone, 2001, 9-72.
10 G. DE PELLEGRINI, Cenni storici sul castello di Porcia, (1932) a cura di S. BIGATTON, 1990, 73-74.
11 Vedi in questo stesso fascicolo R. CASTENETTO, La confraternita dei Battuti di Porcia.
12 Ibidem
13 Diplomatarium portusnaonense, Pordenone 1984, pp. 34-36; sull'ospedale di Pordenone vedi le poche ma preziose informazioni contenute in A. BENEDETTI, Storia di Pordenone, Pordenone, 1964 e L'assitenza ospedaliera a Pordenone dall'ospizio-ospedale, al moderno presidio nell'USL, Pordenone, 1981.
14 Archivio di Stato di Pordenone, Fondo Montereale-Mantica, n. 49.
15 Ibidem, n. 69.
16 L'assistenza ospedaliera…, 29.
17 Archivio di Stato di Pordenone, Fondo Monterale-Mantica, n. 70.
18 L'assistenza ospedaliera…, 30.
19 Biblioteca Comunale di Pordenone, Codice dei Battuti
20 Ibidem
21 Per quanto riguarda l'ospedale dei Battuti di Portogruaro vedi E. DEGANI, Le nostre fraterne dei Battuti, Portogruaro, 1906 e G. LEONARDI, Profilo storico dell'ospedale di Portogruaro sulla scorta dei documenti esistenti dall'epoca della sua fondazione nell'ano 1203, Portogruaro, 1960; Per San Vito al Tagliamento vedi G. TASCA, Storia dell'ospedale di S. Maria dei Battuti di S. Vito al Tagliamento, in San Vît al Tilimint, Udine, 1973, 45-54; F. METZ, L'ospedale di S. Maria dei Battuti dalle origini fino al XX secolo, Pordenone, 1993; A. MONTICO, L'antico ospedale di Santa Maria dei Battuti a San Vito al Tagliamento alla luce di nuove testimonianze storche-documentarie, in “Ce fasu?”, LXXIX (2003) 1, 51-65.
22 Ibidem
23 Ibidem
24 F. METZ, 138.






