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Meglio morire di sera o di mattina?
Tempo fa una vecchietta ultraottantenne ma lucida e arzilla mi confida:"Di notte non dormo mai. Vado a dormire alle cinque del pomeriggio e non riesco a dormire, alle undici sono li che mi giro e mi rigiro e sto sveglia tutta la notte." "Benedetta!", le dico "provi ad andare a letto alle undici, cosi dorme fino alle cinque del mattino e poi si alza!". "Ma siamo matti?!" ribatte lei "e se poi dovessi morire la sera?". "Signora, se non si muore di sera, si muore di mattina!" rispondo io con tono scherzoso. Ma la cosa mi ha fatto pensare. Insomma, la morte come un nemico, un ladro che arriva di nascosto, probabilmente quando fa buio e chissà mai che stando svegli non lo si tenga a distanza - i ladri si sa difficilmente entrano in casa se sanno che gli abitanti sono ben desti. Questo scambio di battute non è assurdo come sembra.
La morte e tutto ciò che in qualche modo la preannuncia e l'anticipa (come il dolore e la malattia) ci mettono in maniera drammatica di fronte alla nostra vita. Perché la verità è che nessuno di noi vuole morire. E se bastasse vegliare la sera, saremmo tutti ben svegli! È molto più sana la posizione della vecchietta che non quella di coloro che dichiarano di "amare la morte più della vita" o di quelli che fanno della lotta per la cosiddetta "buona morte" un ideale della vita. Anche il nichilista più convinto sa benissimo che in realtà esiste l'essere, e non il nulla.
Pensando alla morte - la mia propria morte, perché come ognuno ha avuto la sua vita ognuno ha la sua propria morte - non posso fare a meno di pensare a tutta la gente che ho visto morire. Un moribondo in ospedale che ho conosciuto solo per pochi minuti. Con quale sguardo attento e grato ha guardato ogni gesto mio e della infermiera che era con me, come ci ha ringraziato con voce flebile ma serena. Nel suo sguardo brillava il volto di un Altro. Non conosco il nome, non conosco la sua storia. So che è morto da Santo. Penso anche al Calvario. Non sono un teologo, mi permetto di dire delle cose per come mi sembra di capirle, se qualcuno mi vuole correggere ben venga! Penso a quella scena terribile nella quale forse il punto più drammatico è il grido "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Giovanni aveva mollato tutto per seguire quell'uomo, aveva dormito in campi e boschi per tre anni vivendo di elemosine, senza un lavoro. Aveva abbandonato tutto perché aveva intuito che quell'uomo era la possibilità di un rapporto con Dio, cioè col senso della sua vita e della sua morte, fin dal giorno in cui ha sentito la voce dire "Questi è il mio figlio diletto, seguitelo!". E adesso sente Gesù lanciare questo grido terribile. Quale carico di sofferenza e di angoscia sta dietro questo grido di Gesù! Giovanni non si sarà sentito annichilito? Ma nella stessa scena del Calvario ci sono incredibili squarci di una positività sovraumana. "Donna, ecco tuo figlio!". In quel momento ai presenti non potevano essere chiari tutti i risvolti teologici che la Chiesa conosce. I presenti avran pensato "ha avuto pietà della vedova di Naim, ecco, pensa al futuro di sua Madre!". Ma ancora "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno". (Quante volte si banalizza il perdono! Gesù ha perdonato, perdona sempre, ci chiede di perdonare sempre, ma non è il perdono facile che il buonismo ci propone. È perdono che passa attraverso il sangue.) E infine:"Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!". E qui pare di intuire già uno squarcio, un anticipo della Resurrezione. Non è più "perché mi hai abbandonato", è "Padre", cioè uno che amo totalmente, che mi ama totalmente, a cui affido il mio spirito, la mia morte.
In questi giorni poi ricordo sempre una nostra carissima amica che improvvisamente ha scoperto di avere una grave malattia e ora si accinge ad una dura lotta per la guarigione. Non è possibile capire perché possa accadere una cosa del genere. Giovane, mamma, perché Dio le chiede questo? Non lo so. So che le sta chiedendo una cosa drammatica. Attraverso di lei sta chiedendo una cosa grande anche a me e a tutti gli altri suoi amici. Come non sentirsi da subito più responsabili della nostra vita, delle nostre azioni, avendo presente ciò che sta passando lei?
Insomma, non so se sia meglio morire di sera o di mattina. Non so come affronterò la morte, se con serenità e coraggio come il moribondo di cui dicevo o pieno di angoscia. Spero solo in quel momento di avere la grazia di riconoscere una presenza amorosa cui confidare la mia angoscia. E di poter concludere affidando anch'io il mio spirito al Padre. Nel frattempo, questo discorso sulla morte non è per un gusto morboso. Ma per prendere più sul serio la vita che mi viene data, istante dopo istante.






