La Fradese

La Fradese - testo originale concesso in uso al sito www.alzetta.org da parte del Prof. Roberto Castenetto

La confraternita di Santa Maria di Grizzo

 

Premessa

A cura di Roberto Castenetto, Centro Culturale "Augusto del Noce", Pordenone

Il paese di Montereale Valcellina è diventato famoso, non solo tra gli studiosi di storia, ma anche tra il grande pubblico, per il notissimo libro di Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del '500, in cui viene raccontata la triste vicenda del mugnaio Domenico Scandella, detto Menocchio, condannato al rogo dal tribunale dell'Inquisizione di Concordia, alla fine del XVI secolo1. La fortuna del volume ha finito per polarizzare l'attenzione per lungo tempo sulla tematica dell'eresia, lasciando in ombra altri aspetti della vita sociale e religiosa di Montereale. Con questo breve studio si vorrebbe far conoscere una significativa esperienza cristiana sorta nella antica pieve di Calaresio, tra età medievale e moderna, sino ad ora poco considerata, ma non meno degna di attenzione, anche per una migliore comprensione della tragedia stessa di Menocchio2.

1. Le origini della Fradese.

 

La documentazione scritta riguardante la confraternita di Santa Maria di Grizzo, più conosciuta come “Fradese”, riguarda una fase tarda della vita dell'associazione, dalla fine del secolo XVI agli inizi del XIX, quando anch'essa fu soppressa in base alle disposizioni napoleoniche sugli enti religiosi. Le fonti disponibili sono costituite infatti da un Quaderno dei camerari, conservato nell'Archivio Parrocchiale di Grizzo3, nel quale sono riportati i verbali dei cambi di amministrazione della confraternita, assieme a voci di entrata e di spesa, dal 1570 al 1597, con lacune relativamente ad alcuni anni; da un Catapan, ovvero da un registro in cui erano riportati, in rubriche mensili, gli anniversari di morte, con i relativi lasciti, nonché i documenti più importanti del sodalizio, il quale si trova nella Biblioteca Comunale di Udine; e infine da un Libro di conti, locazioni e confinazioni (1640-1735) e da un Libro dei conti (1733-1804), custoditi nell'Archivio di Stato di Udine4. Ulteriori dati tuttavia sono stati offerti dall'ultimo restauro della chiesetta di Santa Maria di Grizzo, che apparteneva alla confraternita5. La facciata della chiesa, liberata dall'intonaco, ha rivelato infatti un innalzamento del tetto, che risale alla prima metà del XVII secolo, quando fu allungata la pianta dell'edificio e rifatto il coro, come confermano le seguenti note:

 

Il commun di Gritio ha havuto lire vinticinque di raggione della scola della Madonna della fradese ad interesse, con obligo di pagare ogn'anno lire una, soldi sedese, d'interesse, quali danari furono tolti per pagare li murari, che fecero il coro della suddetta chiesa et detti danari erano pro acconti in mano di Vigna Caser, essendo podestà Tomasut Fasseta et zurado Zulian Iacomello6.

 

Se tale ristrutturazione corrisponde grosso modo all'edificio attuale, la costruzione precedente dovrebbe essere quella indicata nel trecentesco Liber censualis della Diocesi di Concordia, in una rubrica intitolata In terra Pratte:

 

Ecclesia et hospitale et fradalia ville Montis Regalis debent omni anno in festo beati Stephani de Augusto duas libras piperis episcopatui Concordiensi pro honorancia7.

 

Il fatto che la chiesa, l'ospizio e la confraternita, che erano tenuti a portare al vescovo di Concordia, nel giorno della festa della diocesi, due libbre di pepe, come onoranza, ovvero come segno di sudditanza spirituale, si trovino in ville Montis Regalis crea qualche problema, in quanto non sappiamo se nel XIV secolo con il toponimo Montereale si indicassero ancora i tre centri di Calaresio, Grizzo e Malnisio, nel loro complesso, o solo il primo di essi, come accade oggi. E' interessante notare comunque che un'altra onoranza si trova in un inventario dei cespiti della diocesi, compilato nel 1489, suddivisa tra la gliesia de Grizo e la fradaia de Grizo, le quali dovevano al vescovo di Concordia una libbra di pepe a testa8. In questo caso ci si riferisce certamente alla chiesa e alla confraternita della Fradese, in quanto appena dieci anni dopo essa fu oggetto di una razzia da parte dei Turchi:

 

La gesia de Santa Maria de la Fradese de Grizo ha perso, come fese fede Zuan Colus camerar: una crose d'arzento, dise valer duc. 12, item un paramento de seda fornido, uno confalon nuovo, uno messal: cera lavorada, mantili et tovaie et uno miero de oio et le toniche delli fratelli et una casa de muro coverta de paia de la dicta gesia brusada et dise valer duc. 38, lire 49.

 

La presenza di un ospizio nel territorio di Montereale è certamente dovuta al fatto che ci troviamo nei pressi del guado sul Cellina, lungo la strada pedemontana, che collegava il Veneto orientale e la Destra Tagliamento ai paesi d'oltralpe, attraverso le Prealpi carniche (Valcellina, Val Tramontina e Val d'Arzino) e attraverso le valli fluviali del But e del Fella. Una zona, pertanto, strategica dal punto di vista viario, in cui c'era bisogno di un luogo di ricovero sicuro, in particolare negli ultimi secoli del medioevo, quando ci fu un notevole incremento dei viaggi dovuto sia allo sviluppo economico dell'Europa del tempo sia alla pratica dei pellegrinaggi10.

 

SCHEDA N° 1

Le pievi

 

Le pievi erano ampie porzioni di territorio diocesano che gravitavano attorno ad una chiesa matrice, nella quale, per concessione vescovile, si celebravano i sacramenti, veniva impartita l'istruzione religiosa e venivano seppelliti i morti, grazie ad una presenza stabile di uno o più sacerdoti, al cui sostentamento si doveva provvedere con i beni della comunità pievana. Le pievi più antiche erano sorte nei secoli IV e V, durante la prima evangelizzazione delle campagne, e già nel 494 papa Gelasio aveva stabilito che le offerte dei fedeli del piviere dovevano essere suddivise in quattro parti: una per il vescovo, una per il sostentamento del clero locale, una per la chiesa matrice e i riti che in essa si svolgevano, una per i poveri ed i pellegrini. Tale ripartizione fu mantenuta anche successivamente, quando, a partire dall'età carolingia, ogni fedele fu obbligato a “versare annualmente la decima parte dei redditi alla propria pieve. Un quarto di questa decima, che dall'XI secolo troviamo chiamato quartese, era assegnato al pievano, mentre il resto in parte spettava al vescovo, in parte veniva utilizzato per le necessità dell'edificio di culto, la liturgia e le attività assistenziali”. Naturalmente il territorio pievano comprendeva numerosi paesi, nei quali, con il passare del tempo, sorsero numerose cappelle e filiali, germi delle future parrocchie, che divennero tali quando ebbero, oltre a un sacerdote stabile, il fonte battesimale e il cimitero. Le pievi e le parrocchie finirono per assumere anche compiti civili, anche perché era un tratto tipico della mentalità medievale quello di non separare rigidamente le attività profane e quelle religiose nello stesso complesso sociale. Così spesso davanti alle chiese, soprattutto se non c'era la loggia del comune, si tenevano periodicamente le riunioni dei capifamiglia, denominate in Friuli vicinie, da vicus, 'villaggio', nelle quali si affrontavano le questioni più importanti per la comunità, dalla gestione dei beni comuni, pascoli e boschi, alla cura dei beni della chiesa. L'assemblea inoltre si riuniva espressamente in occasione della festa del Santo patrono per eleggere gli amministratori della chiesa, i camerari per l'anno successivo ed approvare i conti della precedente amministrazione, dopo aver controllato che tutti gli affitti fossero stati riscossi, che le offerte, i lasciti testamentari e le donazioni fossero state registrate e che le spese sostenute riguardassero effettivamente la manutenzione della chiesa, la sua illuminazione e ogni altra sua necessità. I camerari uscenti doveva saldare o impegnarsi a saldare le eventuali pendenze della loro amministrazione e passare ai nuovi eletti le scritture della chiesa con le chiavi e gli oggetti di proprietà della stessa. Uno scrivano verbalizzava i dati essenziali della seduta affinchè il tutto potesse essere controllato da appositi revisori e dalle autorità competenti.

 

SCHEDA N° 2

 

La pieve di Montereale

 

La pieve di S. Maria di Montereale era una delle più antiche della diocesi di Concordia, nominata per la prima volta nella nota bolla del 1186, in cui papa Urbano III elencò i beni e delle chiese soggetti al vescovo di Concordia. La denominazione usata nel documento pontificio è plebem de Calaresio, toponimo con il quale si si indicavano sinteticamente i tre centri di Calaresio, oggi Montereale, Grizzo e Malnisio. Secondo Gian Carlo Menis la pieve di Santa Maria di Calaresio sarebbe la madre di tutte le Chiese montane del concordiese, sia perché il centro abitato era importante già in età protostorica, anche dal punto di vista religioso, come dimostrerebbe il ritrovamento nelle vicinanze della chiesa di un'arula del dio Timavo risalente al II-I sec. a.C., sia perché era centrale dal punto di vista territoriale e viario. Sappiamo che San Foca e Sedrano, come curtes, ovvero come domini fondiari, erano passate nel 1102 all'abbazia di Millstat, ma che continuarono a dipendere spiritualmente da Santa Maria di Montereale, addirittura sino alla fine del '500, mentre San Leonardo e San Martino, legate all'abbazia di Summaga, diventarono autonome verso la fine del secolo XV, riducendo così il territorio pievano agli abitati di Montereale, Grizzo e Malnisio. La parrocchia di San Bartolomeo di Grizzo fu eretta nel 1584, seguita da quella di Malnisio un secolo dopo, nel 1682, eventi, questi ultimi, che decretarono la fine dell'unità dell'antico piviere, ben rappresentata dal rifiuto nel 1661, da parte del parroco di Grizzo, pre Domenico del Soldà, di versare le cinque libbre di cera in segno di dipendenza dalla matrice di Montereale. E' interessante notare che nei paesi appena nominati c'era una significativa presenza benedettina, ovvero delle abbazie di Sesto e Millstatt, che avevano beni a San Foca, e di Summaga, che, oltre a possedere dei masi vicino a Grizzo, nominava i sacerdoti di San Leonardo e San Martino. Tale presenza si spiega considerando la posizione strategica dei villaggi posti lungo la riva destra del Cellina, presso i quali si trovavano i guadi, che abbisognavano di controllo e manutenzione, nonché di un servizio di assistenza per viandanti e pellegrini. Agli inizi del XIII secolo si registra una significativa presenza vescovile nel territorio di Montereale, che evidentemente era considerata una località nevralgica, in una diocesi caratterizzata da numerose enclaves di tipo feudale e spirituale che limitavano fortemente il controllo vescovile. L'enclave di Monterale, che sino ad allora era stata soggetta dal punto di vista temporale al patriarca di Aquileia, ora rientrava nell'orbita concordiese ed è possibile che strumento dell'influenza concordiese fosse l'abbazia di Summaga, alla quale i vescovi potrebbero aver donato parte dei beni posseduti in zona.

 

Forse la confraternita di Santa Maria sorse per volontà dei benedettini di Summaga, interessati a uno sfruttamento e a una valorizzazione delle terre da loro possedute a Grizzo11. In tal caso i fradesani12 potrebbero essere i membri di alcune famiglie cui erano state affidate delle terre da dissodare, con l'impegno di provvedere al mantenimento di una cappella, magari preesistente. Confrontando gli elenchi dei censi riscossi dal sodalizio, dagli ultimi decenni del XVI al secolo XVIII, si nota, ad esempio, che sono presenti quasi sempre una quindicina di cespiti, derivanti per lo più da affitti di terreni, dei quali non è nota la provenineza. Inoltre i masi13 descritti nei documenti della Fradese sono di modeste dimensioni, di tre o quattro ettari a quanto pare, e il canone d'affitto risulta essere in genere basso, in coerenza con la tipologia degli affitti, che in buona parte dei casi sono livelli, ovvero contratti di durata molto lunga e convenienti per i conduttori. Tali contratti stipulati su un piano di parità tra proprietario e conduttore, favorirono il dissodamento di nuove terre e la rinascita agricola del medioevo. Anche questo è un indizio che porta ad ipotizzare che, in una data imprecisata, siano stati affidati a delle famiglie alcuni terreni incolti e ghiaiosi, da cui il toponimo Grizzo14, 'ghiaia', posseduti dall'abbazia di Summaga, affinchè questi fossero resi fertili15.

 

 

2. Il volto della Fradese nel XVI secolo.

 

La storiografia più recente non privilegia più, nello studio delle confraternite, i testi a carattere normativo e statutario, utilizzando invece vari tipi di fonti, quali testamenti, libri contabili, registri di proprietà, matricole, etc, per fornire un quadro il più completo possibile di tali organismi. Purtroppo nel caso della Fradese il materiale documentario di questo tipo è veramente esiguo e pertanto occorre cercare di ricostruire la fisionomia del sodalizio, con le sue finalità, la sua struttura, gli aspetti di vita quotidiana, incrociando i dati contenuti nello statuto del 1576, che in questo caso si rivela veramente una guida preziosa, con i pochi dati rilavabili dalle altre fonti.

Il testo statutario è essenziale e presuppone delle norme precedenti o perlomeno una consuetudine che, essendo conosciuta da tutti, veniva data per scontata. Si tratta di soli quattordici articoli, non numerati e senza un titolo, ma molto curati nella forma grafica, segno di un buon livello culturale del redattore: Francescho del quondam Benedeto di Benedeti da Moreal. All'inizio, dopo l'usuale invocazione, In nome de Iddio, c'è una specie di verbale, in cui di dichiara che sono stati eletti quattro consiglieri, da parte del capitolo comun, con il potere di modificare gli articoli dello statuto. Essi sono Francesco Fasseta e Nicolò Degan, entrambi di Grizzo, Bastian del fu Daniele e Giovanni de Spel, di Montereale.

Lo statuto del 1576 non contiene nessun articolo sulla elezione dei camerari e ciò fa pensare che la materia fosse regolata da norme precedenti. Questi comunque erano nominati dai confratelli in settembre, tra l'8, festa della Natività di Maria e il 12, Nome di Maria, quando si svolgeva la processione e si faceva il pasto sociale16. Il fatto che fossero due dimostra che la Fradese aveva una dimensione pievana e che pertanto si voleva evitare che uno dei centri della pieve monopolizzasse il sodalizio, come poi di fatto avvenne. La presenza fissa di un grizzano dipendeva probabilmente dal fatto che la chiesa si trovava Grizzo, mentre l'altro amministratore svolgeva evidentemente una funzione di aiuto e controllo. I camerari erano coadiuvati nel loro lavoro da un consiglio di quattro o sei persone, pure esse espressione dei tre paesi:

 

Adì 8 setembrio 1577 fu elleto camerari per l'ano sequente ser Mario Del Cetto da Grizo et ser Bastian Segato de Montereal. Adì dito fu elletti de consseio, a Montereal, Biagio Calligo et Simon Cornelli, a Grizzo, Bastian Arban, Zuan dello Bortolusso, Antonio Zaffolni, Zuan Sagaia17.

 

Nello statuto il cameraro è denominato priore e il primo articolo stabilisce che il giorno di Santa Maria de Settembrio si debbi ellegier uno delli fratelli appreso il prior el qual habbi obligo de portar la croce in tutte le occorentie della scuola. A partire dal 1584/85 c'è un solo priore/cameraro, come testimonia anche il seguente verbale:

 

1592. Adì 14 giugno. Furono fatti gli conti della fraterna della Madona cioè de S. Maria di Grizzo tra ser Francesco Fassetta priore vecchio et ser Daniel Turchetto, priore nuovo elletto dalli fratelli di detta confraternita, et ciò alla presenza di me pre Alberto Alciati, curato di S. Bartolomeo di Grizzo, et di ser Daniel Fassetta et ser Dominico suo fratello, ser Antonio Marcone, tutti da Grizzo sopradetto, et veduto ed ogni diligenza il dare et lavere; il soprascritto ser Francesco Fassetta, priore vecchio resta vero et liquido debitore di libre cento e quarantatre piccoli, val lire 143 soldi18.

 

E' significativo che ciò avvenga dopo l'erezione della parrocchia di S. Bartolomeo19, quando, tra l'altro, si registra una prevalenza di grizzani e in particolare la presenza quasi costante di Francesco Fassetta, un fratello che svolse un ruolo importante in quegli anni, assieme al già citato Biagio Calligo. Francesco Fassetta, parente di Domenico Scandella e primo testimone ascoltato al processo del 1583/8420, fu più volte consigliere e cameraro della Fradese, tra il 1570 e il 1596. Nel documento appena citato il Fassetta risulta debitore nei confronti della confraternita. Si trattava di una situazione che si ripeteva spesso al momento dei cambi di amministrazione, anche perché a partire dal 1552 fu stabilito, da parte dell'autorità ecclesiastica, che gli amministratori dovevano rispondere in proprio dei debiti di tutti gli affiliati delle confraternite, con il diritto naturalmente di rivalsa21.

 

SCHEDA N° 3

La parrocchia di San Bartolomeo

 

La parrocchia di Grizzo, intitolata a San Bartolomeo, venne eretta il 19 dicembre 1584, al fine di favorire i fedeli del luogo e della vicina Malnisio, i quali da secoli erano costretti a recarsi fino a Santa Maria di Montereale, presso la stretta di Ravedis, per ricevere i sacramenti. In realtà la chiesa di Santa Maria, pur risultando decentrata, distava appena due chilometri da Grizzo e tre da Malnisio. Lo storico Andrea Del Col ha sostenuto che il vero motivo per cui fu eretta la parrocchia fosse un altro, ovvero le divisioni sorte in seguito alla prima condanna per eresia del mugnaio di Montereale Domenico Scandella da parte del Sant'Uffizio di Concordia, decisa appunto nel 1584. All'origine di tali divisioni ci sarebbe stata la denuncia presentata dal pievano di Montereale, pre Odorico Vorai, nei confronti dello Scandella, nel 1583, la quale avrebbe suscitato la reazione di alcuni abitanti di Montereale, schieratisi con il mugnaio contro il parroco, fino a costringere quest'ultimo a rifugiarsi a Grizzo ove aveva degli amici. Fu allora che «pre Odorico escogitò e mise in atto un'abile trovata per sistemarsi dignitosamente in paese, sfruttando il disaccordo tra quelli di Montereale e quelli di Grizzo e Malnisio, non concedendo nessuna soddisfazione ai monterealini. L'8 novembre infatti le due vicinie ottennero dal visitatore apostolico la facoltà di eleggere un loro curato, indipendente dalla pieve, con l'impegno di versargli 40 ducati l'anno, metà dei quali costituta dalla cifra che veniva sborsata dalle due chiese al pievano».

La vicinia di Montereale cercò di contrastare tale disegno, chiedendo anche di avere un cappellano stabile per le tre chiese della pieve, ma alla fine, come afferma lo storico A. Del Col, «si trovò un compromesso. I monterealini dovettero cedere, rimettendoci qualche ducato. Le due vicinie ottennero l'erezione in parrocchia della chiesa di San Bartolomeo di Grizzo, che era stata tra l'altro appena restaurata, con un sacerdote di nomina vescovile su concorso e si impegnarono con atti notarili a dargli una casa e 40 ducati l'anno, più i venti che versavano al pievano; Biagio Calligo per la vicinia di Montereale accettò che venissero aggiunti 10 ducati annui dalla fabbriceria della pieve». E' possibile che la condanna di Domenico Scandella e le conseguenti divisioni nella pieve siano stati il motivo contingente che portò alla separazione di Grizzo e Malnisio, ma la situazione doveva essere già matura per un tale passo. Il servizio religioso offerto dai sacerdoti della chiesa di Santa Maria di Montereale infatti non era dei migliori, tanto che probabilmente gli abitanti di Grizzo e Malnisio aspiravano da tempo ad avere un loro sacerdote. E' significativo ad esempio che a partire dal 1428 siano documentati vari lasciti pro anima a favore della chiesa di San Bartolomeo, la cui esistenza comunque è attestata già nel 1375, a testimonianza del fatto che i grizzani erano sempre più legati al loro edificio sacro. L'impressione che si ha è dunque quella di un progressivo affievolirsi della vita religiosa nella pieve tra XV e XVI secolo, sia a causa della inadeguatezza o assenza del clero, fenomeno questo presente anche in altre pievi della regione, sia per la scarsa formazione religiosa dei laici. Non bisogna del resto dimenticare che tutta la cristianità in tale epoca visse un momento difficilisssimo, dal quale uscirà solo attraverso una profonda riforma delle sue membra, riforma che naturalmente ebbe esiti e tempi diversi nelle varie diocesi d'Italia e d'Europa. Uno degli istituti che subirono una radicale trasformazione fu quello delle pievi, ormai inadeguate a rispondere ai bisogni della gente e sostituite dalle parrocchie, più vicine ai fedeli. La creazione delle parrocchie all'interno delle pievi significava infatti una presenza più capillare della chiesa nel territorio, una pratica religiosa più regolare ed intensa e la certezza per i fedeli di poter ricevere i sacramenti, soprattutto quelli della penitenza, dell'eucarestia e dell'estrema unzione, come è ben messo in evidenza da un'espressione popolare medievale riportata dalla studiosa Flavia De Vitt, secondo la quale senza i sacramenti «si viveva “proprio come animali”, si moriva “come una bestia”». Il caso di Grizzo tuttavia un ruolo molto importante nel processo di formazione della parrocchia fu svolto indubbiamente dalla Fradese, che, come vedremo, contribuì a polarizzare l'interesse dei fedeli attorno all'omonima chiesa e quindi a creare di fatto un'alternativa ai servizi religiosi offerti dalla matrice, nonché a responsabilizzare i fedeli nella gestione del luogo sacro e nel sostentamento di un sacerdote. Casi del genere, ovvero di una confraternita che contribuisce in modo significativo all'erezione di una parrocchia, sono documentati in vari centri della regione: basti pensare, ad esempio, alla città di Udine in cui, alla fine del cinquecento, le parrocchie si formarono per iniziativa delle confraternite, la cui opera capillare di evangelizzazione e promozione umana era stata riconosciuta e valorizzata dai decreti del Concilio di Trento.

 

 

Accadeva anche che qualche cameraro non saldasse per tempo i debiti della sua amministrazione o manizo, come viene chiamata più volte nei documenti22; così nel caso di Zuane Sagaia, eletto nel 1572, la cui situazione debitoria si trascinò per parecchi anni, secondo quanto ci dicono la seguente nota23:

 

Adì(...) luglio nella casa presbiterale 1586 in Grizzo. Sia notto et manifesto a cadauna persona che legerà la presente scrittura qualmente Zuane sopra scritto detto Sagaia de Grizzo si chiama vero et liquido debitor alla veneranda fraterna de Santa Maria della Fradese de Grizzo, come fusse sententiado per il suo giudice competente et tiol sentencia volontaria (.....) dise et promette di saldar per suo conto per fino a Santo Iacomo prosimo che sarà del 86 di contadi lire 40, soldi 16.5, delli quali danari promette (...) Santo Iacomo dar alla detta chiesa di contadi lire 12, soldi 16.5, li altri a suo bene placito et secondo che pareva alli fratelli di detta scuola, prometendo di pagar ogni spesa fata in Aviano per tal conto alla presencia di ser Francesco Fassetta et ser Nicolo del Degan representanti per la chiesa.

 

I camerari dovevano innanzitutto riscuotere gli affitti dovuti al sodalizio, i legati e ogni altra contribuzione prevista: compito questo non facile, perché spesso i confratelli o comunque coloro che dovevano qualcosa all'associazione non erano puntuali nei pagamenti. Fino al 1578, tra l'altro, c'è un gran disordine nelle note redatte dai camerari durante i cambi di amministrazione e solo da tale anno in poi, con una certa regolarità si segnano in modo sufficientemente ordinato i vari cespiti d'entrata, che risultano essere tredici, per un totale di circa quattro staia di frumento, due statia di avena, due spalle e poco più di 160 lire. Uno dei compiti della Fradese era quello di garantire la luminaria, ovvero la manutenzione della chiesa di Santa Maria, la sua illuminazione e preparazione in occasione delle festività liturgiche24.

Lo statuto regolava tale materia, stabilendo ad esempio che ogni anno lo giorno della Madona de setembrio se abia a paghar la luminaria de soldi sedese per ogni uno e che tutti abia de dar li soldi lo giorno de la Madona de setembrio per fin hora de vespero abia termene in pena de esser chasi. Coloro che fossero stati espulsi per non aver pagato la contribuzione avrebbero visto addirittura il loro nome pubblicato in chiesa. L'illuminazione della chiesa era del resto prevista anche da un apposito articolo, aggiunto dopo le modifiche statutarie del 1576 :

 

Statuimo et terminiamo che la nostra chiesia dedicata in honore della gloriosa Vergine Maria, nominata della Fradese, nel avenire ordinariamente debbi esser illuminata, si de oglio como de cere, con li steso modo et ordine che è stata illuminata nel tempo passato.

 

Tuttavia accadeva che le offerte della Messa settembrina, cui si dovevano aggiungere quelle delle messe mensili, più di qualche volta risultassero non riscosse, come appare dalle seguenti note: Adì 9 setembrio 1582. Trovemo che mancha a schoder de le oferte diversse persone come apar in libro de le oferte ll. 21, sol. 225. Oltre agli affitti e alle offerte i camerari dovevano riscuotere le condanaxons, ovvero le multe, comminate a coloro che infrangevano le norme statutarie. Se queste non fossero state pagate si poteva arrivare anche al pignoramento di alcuni beni:

 

Statuimo che le chondanaxon se abia da scoder quatro volte a l'anno, chomenxando de setembrio; poi ogni tre mesi et avisarli che vengino a pagar in termene de gioni otto; non paggando si abbia mandar il nostro nonxolo a torli i pegni et incantarli giorni tre continui a giorni otto, da poi descaser, sia poi venduto libero et se qualcuno non volese obedir li posa meter pena de esser caso de la scuola et non obedendo di far la relacion et lo conseio lo habia a casar.

 

Alla luce di quanto detto i redditi della confraternita risultano essere di vario tipo: le contribuzioni annuali dei soci, raccolte durante la festa di settembre e durante le messe mensili; le rendite provenienti dalla locazione di beni immobili di proprietà del sodalizio; i legati per la celebrazione di anniversari e infine le multe. Ma in ciò il sodalizio non si distingue da gran parte delle associazioni del tempo. Pare tuttavia che a queste entrate si debbano aggiungere, come abbiamo già detto, un certo numero di affitti di altre natura, forse derivanti dalle terre affidate un tempo dall'abbazia di Summaga. Sono interssanti in tal senso alcuni contratti di soccida, anche se si riferiscono alla fine del Seicento26: Adi 20 dicembre 1690. Nota come hoggi li gastaldi della B.V. della Fradese, con l'asenso delli fradesani, hanno pagato pecore n° 15 a ser Piero quondam Maria dell'Alcetta, qual doverà tenere alla metà per anni n° 4. Anche questo elemento rimanda a una sorta di consorzio tra famiglie, che mettevano a disposizione del sodalizio una parte dei lolo beni.

Titolare di tutti i redditi era la confraternita, in quanto la chiesa di Santa Maria aveva solo elemosine, come risulta dalle annotazioni del visitatore apostolico:

 

B. D. Visitator visitavit ecclesiam confraternitatis Sanctae Mariae de Griez, quam, non consecrata, habet tamen altarem consecratum; nullos habet redditos, sed illi de contratum elemosinis providetur, in ea celebrantur prima cuiscumque mensi Dominum et in die natalis Sanctae Mariae27.

 

Anche tale dato è significativo, in quanto dimostra che la chiesa dipendeva dalla confraternita e non viceversa. Un caso simile, tra le chiese del piviere, a fine Cinquecento, esisteva solo a San Martino, la cui chiesa, pur antica, era senza redditi, mentre Santa Maria di Montereale, come pieve, aveva 140 ducati, San Foca 20 ducati, più le 400 lire della fabbica, San Leonardo 40 ducati, Malnisio 25 ducati e infine San Bartolomeo 35 ducati28. L'entrata annua complessiva della Fradese, tra il 1570 e il 1590, doveva essere di circa 200 lire, una cifra che corrispondeva a una trentina di ducati ovvero ¾ della cifra che le vicinie di Grizzo e Malnisio sborseranno per il mantenimento della chiesa di San Bartolomeo e del suo sacerdote.

Oltre all'illuminazione della chiesa, una parte del denaro e dei prodotti serviva per le spese straordinarie, come quelle degli anni 1579-80, quando venne ristrutturata la casa della confraternita, data in affitto a Bastian di Arba per dodici lire29. Ma era soprattutto nei tre momenti dell'anno più importanti per la confraternita, quali la già ricordata festa della Madonna di settembre, il giorno dei Santi e la Pasqua, che il sodalizio si impegnava a fondo. Nella sagra di settembre in particolare si teneva il pasto comune, in occasione del quale veniva fatta anche una elemosina per i poveri30. Naturalmente durante le feste occorreva provvedere all'illuminazione della chiesa e al pagamento dei sacerdoti celebranti. Tali impegni sono documentati ad esempio nelle seguenti note di spesa:

 

1584. Adì 16 setembrio. Fo fato conto de la ministracion de Zanuto del [] et Nicholò de Barxe de la gexia de la Fradese: ano spexo in far lo pasto el dì de la Madona et le cere et in oio [] che sono in tuto ll. 135, s. 14. Adì 22 april per aver spexo in mese et oio in tuto l. 15 s. []. Adì primo novembrio per aver spexo in cera et far dir mese fin ora in tuto ll. 5, s. 14.

Adi 9 setembrio per aver spexo in oio ll. 2, s. 12. ll. 158, s. 12.

Come si può notare, nel 1584, gran parte del bilancio della Fradese fu assorbito dalla festa settembrina, quando furono usate ben 135 lire e 14 soldi. Lo statuto prevedeva in tale occasione una spesa di 12 soldi per confratello, più naturalmente il costo per le messe:

 

Statuimo che ogni anno lo giorno della Madona de setembrio se abia a paghar la luminaria de soldi sedexe per ogni uno et la scola debia dar uno pan de soldi 4, cioè quatro, et una candela de soldi 4, cioè quatro, et abia a far uno pasto ali fratelli chon l'avanzo et depui segondo che parerà al conseglio de poder far de quelo dela scola et non posa pasar sol, 4, cioè soldi quatro per persona de quelo dela scola31.

 

E' possibile che in tale occasione si largheggiasse un po' troppo, sia perché alla festa intervenivano persone estranee al sodalizio32, sia perché le spese non erano controllate, tant'è che, verso la metà del Seicento, tale consuetudine fu abolita. L'articolo tuttavia si rivela prezioso per calcolare approssimativamente il numero di coloro che intervenivano al pasto comune, che doveva essere di circa 200 persone, ovvero un terzo degli abitanti di Monterale, Grizzo e Malnisio.

Nel complesso si può dire che nel Cinquecento la gestione delle entrate della confraternita non era delle migliori e che pertanto il sodalizio viveva un periodo di decadenza, al pari di tutta la pieve. Forse i cambiamenti statutari del 1576 avevano proprio lo scopo di porre un freno al disordine nella vita associativa e di rinnovare lo spirito della confraternita, che aveva uno dei suoi momenti forti nelle processioni chon la capa:

 

Statuimo che ogni volta che si ha consuetudine de far procetion sia tenuti a venir a levar la croxe chon la capa et conpagnarla fina si tornerà ala scola, acettuando queli de Montereal sel fose hora tarda die venir fina al altariol de queli de Tofhol et queli de Malnis fina la Croce de Sopra la Vila et secondo che parerà al prior licenciarli quelli dela capa, in pena de sol. 4, cioè quatro et li putti et done sol. 2, cioè doi.

 

Si trattava evidentemente di una pratica antica, in cui si manifesta ancora una volta la dimensione pievana della Fradese33, che si ripeteva, sia pur in foma minore ogni volta che che moriva un confratello:

Statuimo che ogni volta che morise uno de li fratelli, siano abligati de venir et dar uno soldo per uno a queli che ano obligho de vestirse venir con la capa, in pena de s. 2, cioè soldi doi; le done et li putti de anni 10 in su et quelli che porta la capa, in pena de s. 4, cioè quatro.

 

Si possono cogliere in tutte queste disposizioni i tratti tipici di una confraternita dei battuti, che nell'ultimo scorcio del secolo si identificò sempre più con la nuova realtà parrocchiale di San Bartolomeo, come testimonia, ad esempio, la seguente nota del 1597:

 

1597 adi 25 magio, die dar la chiesa de San Bortolomio alla chiesa della Fradese per averli inprestadi a conperarli ceri 7, lire 55, lire cinquantacinque, quali furono datti alla presenzia de mi pre Nicolò Nadin et Bernart de Alcetta et de ser Francesco Fassetta et de ser Zuan Antonio Fasetta34.

 

Incomincia così a definirsi una fisionomia confraternale, difficilmente ricostruibile, come abbiamo verificato, forse riconducibile a una fondazione tre/quattrocentesca, ispirata da un intervento benedettino, simile ad altre realtà rilevabili nel contesto veneto-friulano, di cui sarebbero testimonianza la dotazione immobiliare e la dimensione pievana, altrimenti non spiegabili, ma certamente affiliata perlomeno nel XVI secolo al movimento dei Battuti.

 

 

SCHEDA N° 4

 

I battuti nella Destra Tagliamento

 

Sulla diffusione dei battuti in Friuli è nota la narrazione di Giuliano Canonico di Cividale, il quale fu testimone dei clamorosi fatti accaduti nella seconda metà del XIII secolo:

Nell'anno del Signore 1260, nella festa di S. Andrea, il Signor Aquino, decano di Aquileia, insieme ai penitenti che si frustavano sulla pelle nuda venne innanzitutto a Cividale. E subito i Cividalesi iniziarono anch'essi a flagellarsi; così che nel giro di una settimana fra i Cividalesi i flagellanti erano più di cinquanta; e per tutto il Friuli nelle città, nei castelli e nei villaggi nel giro di venti giorni accadde la medesima cosa. Si dice che l'inizio di questa flagellazione si sia verificato a Perugia.Nell'anno predetto tutte le discordie furono sedate, e pure fra il signor patriarca e il conte di Gorizia; e solo perché degl'innocenti ed incolpevoli richiedevano la penitenza con coloro che avevano fatto il male ed erano colpevoli. E tanto di notte quanto di giorno, andando per le chiese e per le città - alcuni con il capo ed il volto coperti, per non essere riconosciuti, ma con il dorso e le spalle scoperti fino alla cintola dove si colpivano con le fruste anche fini all'effusione del sangue, mentre altri lo facevano soltanto nelle ore serali, camminavano piangendo e supplicando il Signore. Le donne, riunendosi nelle chiese al crepuscolo, facevano lo stesso; e alcune di nascosto nelle proprie case.

Pochi decenni dopo tali manifestazioni di pietà furono costituite le prime confraternite disciplinate, a Cividale e a Gemona, in coincidenza di una ripresa del movimento:

Nell'anno del Signore 1290, l'8 aprile, alcuni Cividalesi, circa dieci o dodici, incominciarono a flagellarsi innanzitutto presso la chiesa di San Pantaleone, in segreto; e poco dopo molti a Cividale iniziarono a flagellarsi di notte; quindi essi presero a crescere di numero e in processione i predetti flagellanti andarono a Gemona per un'indulgenza e vennero a Cividale attraverso Udine; quindi incominciarono a flagellarsi per tutto il Friuli. Ma le donne si frustavano di notte».

Secondo lo storico della diocesi di Concordia Ernesto Degani, agli inizi del XIV secolo, confraternite dei battuti erano già attive anche nei maggiori centri della Destra Tagliamento, a partire dalla fraterna di San Tomaso di Portogruaro, il cui statuto, pubblicato da Dario Bartolini nel 1856, è stato così rissunto dal Degani stesso: «La Mariegola, ossia lo Statuto della Fraterna di San Tomaso dei Battuti di Portogruaro, uno dei più antichi del genere che ci restino, compilato in lingua volgare, ci dà una precisa idea delle altre omonime Fraterne, sparse ovunque nella nostra regione.

«Il Signore - scrive dunque il Degani - ispirò i cuori di alquanti divoti uomini della Terra “che li se dovessino bater et flagelar per lo suo amore”. Unitisi in società sotto la invocazione dell'Apostolo San Tomaso, divisarono innanzi tutto di tener sempre accesa una lampada all'altare del santo, d'inetrvenier con croce e doppieri, con veste uniforme e propria, alla processione del Corpus Domini ed in altre molte ricorrenze e solennità, visitando le chiese “et digando oratione divotamente”.

Stabilirono di adunarsi nella sede della Fraterna in ogni prima domenica del mese e di assistere in ogni primo lunedì alla Messa che il Gastaldo avrebbe fatto cantare a suffragio dei confratelli defunti. Se qualcuno degli ascritti fosse caduto in necessità, doveva essere soccorso di elemosina, ed ove i mezzi della istituzione nol consentissero, il gastaldo poteva obbligare gli altri confratelli a farlo “della sua propria substantia”. Qualora uno degli ascritti si fosse ammalato ol Gastaldo doveva tosto designare uno dei confratelli ad assisterlo di giorno e di tte, e , in caso di legittimo impedimento, a deputare a sue spese altri a compiere in vece sua il pietoso officio. Era obbligo dei confratelli, sotto pena di multa, di accompagnare alla sepoltura i defunti della Fraterna, recitando determinate orazioni di suffragio. Le nuove aggregazioni erano accolte a votazione secreta; da tutti veniva pagat una tassa annuale, maggiore o minore, secondo si portava o no l'abito fraternale. Ambo i sessi potevano appartenere alla pia unione, i sacerdoti e i nobili, ammessi solo per devozione, e dispensati dall'abito, pagavano una contribuzione maggiore. Se per avventura fosse insorta qualche contesa od inimicizia, il gastaldo doveva intromettersi a metter pace, o ad espellere qualunque animo torbido o renitente. Guai a chi fosse vissuto in peccato o avesse tramatao insidie contra la dita Scolla o contra el Comun della terra sua. Il gastaldo era coadiuvato da quattro consiglieri e da un notaio e nelle domeniche precedenti la festa di San Tomaso, di san Lazzaro e del Corpus Domini, faceva una distribuzione ai poveri di pane e fava. In sostanza queste erano le leggi Statutarie della Fraglia, da principio raccolte in pochi capitoli, ma poi svolte e moltiplicate secondo il bisogno».

I membri del sodalizio erano dunque chiamati a seguire una regola di vita abbastanza severa, che comunque richiedeva un impegno maggiore rispetto alla gran massa dei fedeli. Ciò nonostante queste confraternite ebbero in Friuli una grande diffusione, in centri piccoli e grandi, diventando di fatto il modello per gran parte delle associazioni laicali sorte nei secoli successivi. Si trattava di esperienze associative caratterizzate da una forte impronta laicale e democratica, che testimonia il profondo desiderio di partecipazione alla vita della chiesa da parte dei cristiani.

3. Riforma e rinascita della Fradese nei secoli XVII e XVIII.

 

Nei primi decenni del XVII secolo la confraternita e la chiesa subirono una profonda trasformazione, entrambe frutto della nuova spiritualità diffusa dal Concilio di Trento35: la prima si diede un nuovo statuto e la seconda fu radicalmente ristrutturata ed ampliata. La nuova immagine del sodalizio, pur in continuità con il passato, indubbiamente corrispondeva di più alle esigenze del tempo, in cui il problema della salvezza individuale era molto sentito. Sono una prova di ciò le indulgenze concesse ai membri della confraternita e in particolare a coloro che compiono alcune pratiche devozionali, di misericordia e di impegno nella formazione cristiana36. Così, se viene sottolineato l'obligo delli fratelli e delle sorelle di dire sette Pater et sette Ave Marie tutte le dominiche, nonché di dire 30 Pater et 30 Ave Marie per ogni fratello e sorella che muori, è concessa l'indulgenza plenaria a coloro che, dopo essersi comunicati e confessati, entrano nell'associazione; a coloro che, in articolo di morte similmente confessati et comunicati, et non potendosi confessare né comunicare havere almeno dolore e contritione de suoi peccati, et dicendo Giesù et Maria con la boca, et non potendo con la boca, almeno con il cuore; a coloro che, durante la festa della Concezione della Madonna, preghino per la concordia de principi christiani, per l'estirpazione dell'heresia et per l'essaltazione della santa Chiesa. Sono evidenti, in queste disposizioni, alcuni tratti tipici della religiosità seicentesca: la pratica dei sacramenti, la solidarietà tra i vivi e i morti, il ruolo del sentimento, la preoccupazione dogmatica, la difesa della fede e il richiamo all'unità dei principi cristiani divisi dalle lotte per il potere. La nuova spiritualità si ritrova anche in altre pratiche dei membri della Fradese, come le seguenti: e ogni volta che l'huomo o la donna facia essame della sua conscentia et si raccomanderà alla protettione della beata Vergine et all'Angelo suo custode concede cento giorni d'indulgenza. Non si tratta ovviamente di novità assolute, in quanto c'è una continuità con il passato, con la pietà francescana tardomedievale, ad esempio: a quelli che metteranno pace et unione, ovvero insegneranno la dottrina christiana, concede sessanta giorni d'indulgenza per volta37. Ma la nota dominante è il radicamento del culto mariano, il quale diventa sempre più pratica quotidiana: a quelli che diranno l'officio della Madonna concede cinquanta giorni per volta. A chi lo dirà un mese continuo, confessati e comunicati, concede sette anni d'indulgenza.

Nella prima metà del Seicento tra l'altro sorse a Grizzo anche una scuola del Santo Rosario, che risulta strettamente legata alla Fradese, tanto che gli atti che la riguardano si trovano nel Catapano di quest'ultima. Il nuovo sodalizio ricevette numerosi legati nel corso del secolo, come ad esempio quello di Daniele Povoledo e della moglie Ursula, i quali nel 1647 chiesero al prior schole Sanctissimi Rosarii facere celebrare quotannis missam unam a sacerdote ecclesiam Sancti Bartolomei regente, dando pro elemosina ll. i, s. 4 et hoc quia prefata Ursula dedit et exborsavit libras parvulorum triginta unam, quas ad livellum dedit singulo quotanno ll. 2 s. 3 et dimidio38.

Prima di passare all'esame del nuovo statuto della Fradese, vale la pena citare un altro documento che si rivela una preziosa fonte per conoscere lo svilppo dell'associazione; si tratta di una essortazione del 1644, probabilmente rivolta sia a coloro che entravano nel sodalizio sia a coloro che già vi facevano parte, ma avevano continuamente bisogno di fare memoria del motivo per cui vi appartenevano39. Il dato interessante è che si tratta di una copia leggermente modificata di una predica del cappellano della confraternita dei Battuti di Pordenone, Pietro Edo, risalente alla fine del Quattrocento40. Il testo si divide in due parti: nella prima si ricorda l'obbligo, volontariamente assunto da ogni confratello, di sempre servire Maria Vergine degna madre del nostro Salvatore Giesù Christo, la quale per i suoi amplissimi meriti fu et è in cielo essaltata sopra tutti i chori degli Angeli e spiriti beati, mentre nella seconda, con il tipico linguaggio metaforico del tempo, si elencano le condizioni necessarie affinché tale impegno diventi reale, dal momento che poco giova l'affettione dell'animo et la promissione fatta, se con affetto non la mandiamo ad effetto et essecutione, percioché colui non è fedel christiano et soldato il quale non si degna né vuol portare l'insegne del suo capitano overo non vuol seguirlo nella battaglia. Come sarà dunque possibile servire colei che s'è degnata d'accettarci sotto il mantello della sua prottettione, per difenderci contra li nostri nemici dell'anima? Bisogna - continua il testo - che ciscuno di noi riceva nel suo cuore le singolari insegne di questa nostra Avvocata, sacratissima Regina del cielo e della terra; le quali insegne sono due principali virtù: humiltà et obedienza, per le quali sole, essa beatissima Vergine meritò d'essere adornata et dotata d'ogni divino dono et gratia. Quella che viene proposta ad ogni membro della Fradese è una imitatio Virginis, se così si può dire:

 

Con ogni pensiero dunque et et sollecitudine dovemo affaticarsi et procurare di adornarci di tali insegne, le quali se forse essa Vergine non vedrà né conoscerà esser in noi, certo non saremo numerati né conosciuti tra i suoi elletti et fedeli servi. Onde prego ciascuno di noi fratelli che seguendo l'essempio di tanta [] et gloriosa Vergine si voglia sforzar d'esser humile et mansueto et conseguentemente obediente alli superiori et sopra il tutto amarci l'uno l'altro: perché dove no è carità non può esser vera humiltà né obedienza, senza la qual virtù della carità non è possibile piacer a Dio né che alcuna fraterna possi esser perfetta, overo duri lungamente.

 

Coerentemente con l'esortazione, il primo articolo dello statuto del 1644 invita coloro che vogliono entrare nella confraternita, a prometter esser obedienti et per quanto a loro sarà possibile osservar tutti i buni ordini et statuti notati et facti scriver. Quali sono dunque i buoni ordini ai quali il fedele deve obbedire? Se si tratta di un nuovo iscritto, questi deve in termine di un mese farsi far l'habito per le processioni, che, rispetto al passato, sono più frequenti, come stabisce il secondo articolo:

 

Statuimo et ordiniamo che ogni prima domenica del mese si faccia la processione et si canti la messa in honore della gloriosa Vergine Maria et se alcuno delli fratelli mancasse di venire, senza legitima causa, sia condannato per ogni volta soldi 4.

 

Ogni membro della confraternita è tenuto poi, come già si è ricordato, a dire sette “Padre Nostro” e sette “Ave Maria” tutte le domeniche, nonché trenta “Padre Nostro” e eltrettante “Ave Maria” per ogni defunto. Gli altri obblighi, quali ad esempio quello di accompagnare i defunti al cimitero, di pagare la luminaria, che passa da sedici a tredici soldi, di pagare gli affitti, erano sostanzialmente uguali a quelli stabiliti nello statuto del 1576. Si precisano invece alcune proibizioni: altre a quella di non bestemmiare, compaiono l'invito a non calunniare ed ingiuriare il prossimo, quello di non accettare la carica di priore e quello di non abbandonare la chiesa, senza il permesso del priore, durante il consiglio della confraternita.

Le modifiche allo statuto furono apportate quattro anni dopo la visita a Grizzo del vicario generale di Concordia, mons. Casella, il quale aveva stabilito che le entrate del sodalizio dovevano essere divise una metà alla Veneranda Chiesa della Fradese et l'altra metà al sacerdote curato del luogo41. Si stabiliva così un legame sempre più stretto tra la confraternita e la parrocchia di S. Bartolomeo, legame del resto già forte, come si è osservato, alla fine del secolo precedente, quando gran parte degli amministratori risultarono essere di Grizzo. E' indubbio che, venuta meno la struttura pievana, anche l'associazione doveva cambiare ruolo e fisionomia. Significativo in tal senso è il confronto tra un articolo dei due statuti in cui si dettano alcune regole per la processione: nel 1576 esso stabilisce che ogni volta che si ha consuetudine di far procetion sia tenuti a venir a levar la croxe chon la capa et compagnarla fina si tornerà a la scola, acetuando queli de Montereal sel fose hora tarda die venir fina al altariol de queli de Tophol et queli de Malnis fina la croce de Sopra Vila et secondo che pareava al prior licenciarli quelli de la capa, in pena de sodis 4, cioè quatro et li putti et done soldi 2, cioè doi; invece nel 1644 si stabilisce solo che siano tenuti li fratelli venir a levar la crose con la cappa et compagnarla fin che si ritornerà alla scuola o chiesa della Fradese. L'omissione della parte riguardante gli abitanti di Montereale e Malnisio evidentemente significa che la processione non era più un fatto che coinvolgeva le tre comunità della vecchia pieve e che pertanto non era necessario regolarne la partecipazione. Allo stesso modo, nel 1644 viene cassato un articolo in cui si prevedeva che si debbi ellegier un nontio per ogni villa che abbi da avisar li fratelli nelle cose necessarie della scuola secondo che dal prior li sarà comandato. Anche questa era evidentemente una disposizione non più attuale.

Sembra si possa pertanto affermare che nel XVII secolo la confraternita approfondì la spiritualità dei Battuti, ben rappresentata dall'immagine della Vergine che accoglie i fedeli sotto il mantello della sua prottettione42. Ciò che colpisce dopo la riforma del 1644 è comunque la vitalità dell'associazione che, verso la metà del XVIII secolo, giunse a contare più di 400 membri43. Il Settecento è considerato un periodo di crisi per le confraternite e per il culto mariano, a causa dei profondi rivolgimenti sociali che distrussero le antiche solidarietà e a causa della mentalità razionalista che vedeva nelle fraternità focolai di superstizione, ma Spagna ed Italia facevano eccezione a tale crisi e la Fradese ne è un piccolo esempio. I bilanci della metà del secolo testimoniano un incremento delle entrate, che raddoppiano rispetto al secolo precedente ed arrivano anche a 487 lire nel 174344. Ciò è dovuto al fatto che, come abbiamo già notato alle entrate tradizionali del sodalizio, si aggiungono quelle della scuola del Santo Rosario. Gli impegni di spesa invece rimangono sostanzialmente invariati e riguardano l'illuminazione della chiesa, le elemosine, la festa della Madonna, ma scorrendo le voci di bilancio risulta chiaro che nel XVIII secolo si cerchi in ogni modo di risparmiare in funzione della costruzione della nuova parrocchiale, tanto che nel 1742 gli avanzi di cassa ammontano a ben 1963 lire45. Infatti nel 1796 il civanzo dell'associazione venne usato a favore della nuova chiesa, completata nell'anno 1800. Sarà questo l'ultimo atto della Fradese, poiché, a partire dal tragico 1797, dopo una lunga “pax veneta”, incominciarono a tuonare di nuovo i cannoni, il popolo povero conobbe sempre più la fame e l'emigrazione e le confraternite furono spazzate via dalla furia ideologica di fine secolo; si concludeva così una storia plurisecolare, resa possibile dalle salde fondamenta su cui poggiava la Fradese, ovvero a quella carità senza la quale non è possibile piacer a Dio né che alcuna fraterna possi esser perfetta, overo duri lungamente. Ora rimane, di quel lontano passato, la chiesetta di S. Maria, meta di visite private e preghiere, una dimora di sassi, sorta su un luogo di sassi, edificata un tempo, come sempre nella storia della Chiesa, da una dimora di uomini, da una fraternità.


DOCUMENTI

 

1. CATAPAN DELLA FRADESE

 

Nota. Fascicolo rilegato di cm. 15 x cm. 22. Consta di cc. 33 numerate. Le carte 1,3v,17r, 18r, 20, 21r, 22r, 23v, 24, 25v, 27v, 30v, 31v, 32 e 33 sono bianche. Si trova nella Biblioteca Civica di Udine, Fondo generale, ms. 1274. Qui di seguito sono trascritti i documenti iniziali: l'esortazione ai fedeli del 1644 e lo statuto del 1576, con le modifiche apportate nel 1644. Le numerose cancellature e modifiche presenti nello statuto del 1576 sono riportate in nota. Le abbreviazioni sono sciolte secondo l'uso corrente. Le maiuscole, per gli appellativi, sono segnate secondo l'uso moderno.

 

Esortazione (1644)

[c. 2r ] Iesus Maria. 1644. Essortazione alli fratelli descritti nel libro della scuola detta Fradese di Grizzo.

 

Credo fr[ate]lli che non sia alcuno di noi, entrado in questa devota scuola et venerabil fraterna, il quale non habbia più volte ben considerato esser stadalodevole et approvata da tutti li prudenti, essendo questa salutifera specialm[en]te all'anima. Né può esser con ragione biasimato colui che si obbliga e sottomette all'essercitio dell'opere di pietà con speranza d'esser remunerato dall'eterno et giusto Dio in altra vita et specialm[en]te havendosi volontariam[en]te obligato de sempre servire Maria Verg[ine], degna Madre del n[ost]ro salvatore Gesù Christo, la quale per i suoi amplissimi meriti fu et è in cielo essaltata sopra tutti i chori de li angeli e spiriti beati; la quale havendo eletta per n[ost]ra potentiss[im]a Prottettrice et Advocata, il che ci è utile et alla salute n[ost]ra necessario, dovemo esser noi contenti di haver fatto tal professione in questa devota et pietosa scuola ad honore et perpetua laude et gloria di tale e tanta gloriosa Vergine et benigna Advocata d'ogni peccatore46,con fiducia et speranza a lei riccorre.

Ma ben dovemo considerare che poco giova l'affettione dell'animo et la promissione fatta se con affetto non la mandiamo ad effetto et essecutione percioché colui non è fedel christiano et soldato il quale non si degna né vuol portare l'insegne del suo capitano, overo non vuol seguirlo nella battaglia.

 

[c. 2v ] Se noi pure vogliamo esser soldati et fedeli servi di questa potentiss[im]a et eccelentiss[im]a Imperatrice del Cielo, la quale gratiosissim[amen]te, non per sua ma per nostra utilitade e salute, s'è degnata d'accettarci sotto il mantello della sua prottettione per difenderci contra li n[ost]ri nemici dell'anima, bisogna che ciascuno di noi riceva nel suo cuore le singolari insegne di q[ue]sta n[ost]ra Avvocata sacratiss[im]a Regina del Cielo e della Terra, le quali insegne sono due principali virtù47, humiltà et obedienza, per le q[ua]li sole essa beatiss[im]a Vergine meritò d'esser adornata et dotata d'ogni divino dono e gra[tia].

Con ogni pensiero dunque et et sollecitudine dovemo affaticarsi et procurare di adornarci di tali insegne, le quali se forse essa Verg[in]e non vedrà né conoscerà esser in noi, certo non saremo numerati né conosciuti tra i suoi elletti et fedeli servi. Onde prego ciascuno di noi fratelli che seguendo l'essempio di tanta []48 et gloriosa Verg[in]e si voglia sforzar d'esser humile et mansueto et conseguentem[en]te obediente alli superiori et sopra il tutto amarci l'uno l'altro: perché dove no è carità non può esser vera humiltà né obedienza, senza la qual virtù della carità non è possibile piacer a Dio né che alcuna fraterna possi esser perfetta, overo duri lungamente. Et però fu di necessità che li n[ost]ri antichi padri et maggiori provedessero che con alcuni legitimi ord[inamen]ti et ragionevoli statuti i fatti della scuola si conservassero in queste virtù dell'humiltà et obedienza et così vivessero in carità et grati a Dio in questa vita; et hora piam[en]te dovemo credere che siano remunerati nell'[]49 dell'eterna []50 che succederà a noi se seguiremo le loro pedate, osservando li capitoli fatti da loro con tanta prudenza, li quali questa mattina intendo legere, acciò che se al[cun]o di noi si conoscerà mancare, in quelli proporgli per li avenire di osservarli essatam[en]te se vuol essr vero fr[ate]llo di questa venerabile scuola []51

 

Statuto (1576)

[c. 3r ] Il nome de Iddio. Poi ch'è aparso a questa fraterna della scola de elegier per capitolo comun quatro de ditti fratelli che abbiano a proveder et reggolar et statuir, come da Iddio sarà inluminati, a onor de sua divina magestà et della gloriosa Vergine Maria nostra advocata amen.

Seano leto infrascritti: ser Francescho Faseta da Griz, ser Nicholò Dean da Griz, ser Bastian del c[ondam] Daniele da Montereal, ser Giovane de Spel da Montereal, li qualli possano lorro de comun acordo cresier et sminuir li capittoli qualli alloro parerano in detta ….

[c. 4r ] Statuimo et fermiamo che il giorno de S[anta] Maria de settembrio di debbi ellegier uno delli fratelli appreso il piror el qual habbi obligo de portar la croce in tutte le occorentie della scuola.

 

Statuimo52 et terminamo che il giorno detto se debbi ellegier un nontio per ogni villa, che abbi da avisar li fratelli nelle cose necesarie della scuola, secondo che dal prior li sarà comandato; et mancando di avisarli qualcuno de detti fratelli, che il detto Nontio sia condenato per ogni volta como si contiene nel capitolo sopra ciò statuito.

Statuimo et terminiamo che ogni ano, nel giorno detto, delli fratelli si debbi elleggier sei homeni a presso il prior53, li quali habbiano authorità de consegliar et deliberar in tutte le cose necessarie della scola, li quali essendo avisadi p[er] il nontio de venir alla scola per consegliar ut s[upra] et mancando sia condenato per ogni volta sol. X; et in caso che ad alcuno de li presenti occoresse per cause importante

[c. 4v ] partir et star fuori per longo tempo, che prima il detto debbi adimandar licentia al prior né possi partir senza tal licentia in pena de sol. X per ogni volta a chi contrafarà et licentiato che sia alcuno di predetti et occoresse fratanto far conseglio che il prior possi elleger uno delli fratelli in loco de quello che fosse lecentiato.

Statuimo et terminiamo che il prior54 finito che egli havarà il suo anno in termene de giorni quindeci 15 sia obligato a far il suo co[n]to et andando debito sia obligato nel isteso termine satisfar et pagar integralmente tutto il suo debito et acciò mancando che il conseglio della scuola possi contro il detto et suoi beni eseguir il credito dela scuola con qual esecutione che più piazarà a loro.

Statuimo et terminiamo che nelli giorni che55 si farà56 p[ro]cessione se alcuno57 delli fratelli biastemerà il nome de Dio, de S[an]ta Maria o de Santi esendo acusato p[er] ognivolta caschi

[5r ] alla pena de sol. iv, cioè 4, et ciascuno delli fratelli sia tenutto acusar et ditta condanationi sia in benefittio della scola et l'acusador sia tenutto secreto et ditte acuse sia denontiate al prior.

Statuimo58 che ogno anno lo giorno della Madona de setembrio se abia a paghar la luminaria de soldi sedexe per ogni uno et la scola debia dar uno pan de soldi 4, cioè quatro, et una candela de soldi 4, cioè quatro, et abia a far uno pasto a li fratelli chon l'avanzo et pui segondo che parerà al conseglio de poder far de quelo dela scola et non posa pasar sol. 4, cioè soldi quatro per persona de quelo dela scola.

 

Statuimo che le chondanaxon se abia da scoder quatro volte a l'ano, chomenxando de setembrio, poi ogni tre mesi et avisarli che vengino a pagar in termine de giorni otto. Non59 pagando si debia mandar lo nostro nonxolo a torli i pegni et incantarli giorni tre continui

 

[5v ] et giorni otto da poi descaser, sia poi venduto libero et se qualcuno non volese obedir li posa meter pena de esser caso dela scuola et non obedendo di far la relacion et lo conseglio lo habia a casar.

 

Statuimo che ogni volta che si ha consuetudine de far procetion sia tenuti a venir a levar la croxe chon la capa et conpagnarla fina si tornerà ala scola, acettuando60 queli de Montereal sel fose hora tarda die venir fina al altariol de queli de Tofhol et queli de Malnis fina la Croce de Sopra la Vila et secondo che parerà al prior licenciarli quelli dela capa, in pena de sol. 4, cioè quatro et li putti et done sol. 2, cioè doi.

 

Statuimo61 che non debi andar al pasto se non li fratelli et sorelle siando in tel locco.