IL DOSSIER MITROKHIN E L'OMBRA DEL KGB SULL'EUROPA
di Matteo Masetti
Nel 1992 un archivista del KGB porta all'estero un'enorme mole di documenti che attesta la presenza in Europa occidentale di una rete di collaboratori dell'ex Urss. È il "dossier Mitrokhin", che in Italia sarà oggetto di una commissione d'inchiesta. Un filo rosso lega gli avvenimenti più oscuri della storia italiana, dal caso Moro alla strage di Bologna, fino all'attentato al Papa. La rete del Patto di Varsavia - sostiene la Commissione Mitrokhin - era
ampiamente estesa nel nostro Paese: dai rapporti tra Mosca e parte del PCI per organizzare un supporto all'invasione sovietica del Nord, ai legami oscuri tra Mosca, Paesi satelliti e Brigate Rosse. Il rapimento di Aldo Moro, eseguito con tecniche "militari", ne sarebbe una conferma.
Ringraziamo Alessandro Frigerio del sito www.storiain.net che ha concesso il permesso di riportare integralmente il presente articolo di Matteo Masetti. Ci è sembrato un pezzo in grado di stimolare molte riflessioni, significativo per questa sezione "Per non dimenticare".
«È mia ragionata e ragionevole convinzione, suffragata da fortissimi indizi, che Aldo Moro fosse stato rapito da Brigate Rosse guidate dal KGB, convinzione divenuta certezza dopo aver raccolto presso la Procura di Budapest le prove materiali della relazione organica fra servizi sovietici e brigatisti italiani» (Agenzia Giornalistica Italia, 03.10.2006). Queste parole si riferiscono ad uno dei filoni del lavoro, coperto dal quasi totale silenzio da parte della stampa italiana, svolto dalla Commissione parlamentare d'inchiesta concernente il cosiddetto "dossier Mitrokhin". Presidente di questa Commissione - di cui facevano parte rappresentanti della maggioranza e dell'opposizione - è stato il giornalista e senatore Paolo Guzzanti, al quale si deve anche la citazione vista sopra.
Quando i
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Il fine istituzionale della Commissione era di «accertare la veridicità e l'affidabilità delle notizie contenute nel dossier Mitrokhin, senza alcuna strumentalità e propaganda di parte, ma con l'obiettivo di cercare di ricostruire quello che è avvenuto in Italia in anni cruciali che hanno interessato straordinari cambiamenti politici e sociali; anni funestati da stragi, terrorismi, assassinii, ma anche anni caratterizzati da una straordinaria ripresa economica e da una grande partecipazione popolare alla vita politica del paese. Si vuole verificare se cittadini italiani che avevano o hanno tuttora responsabilità istituzionali ed economiche, menzionati nel dossier, abbiano agito con lealtà verso la propria patria e non abbiano compiuto atti di tradimento; si vuole stabilire se la natura di finanziamenti pervenuti dall'ex Unione Sovietica a persone e soggetti politici siano legittimi o abbiano avuto altri scopi» (Commissione parlamentare d'inchiesta concernente il "Dossier Mitrokhin" e l'attività d'intelligence italiana istituita con legge nr. 90 del 07.05.2002 e Documento conclusivo sull'attività svolta e sui risultati dell'inchiesta, doc. n. 374, prot. n. 4208 del 15.03.2006).
La Commissione ha provveduto quindi ad acquisire la documentazione raccolta e prodotta in precedenza e approvata nella seduta del 9 febbraio 2000 con una "Relazione sull'attività svolta dai Servizi di informazione e sicurezza in ordine alla cosiddetta Documentazione Mitrokhin". A questo riguardo il Comitato ha riscontrato: «l'assenza di una prassi codificata nel trattamento di questi documenti da parte dei Servizi d'informazione e sicurezza; la mancanza di qualsiasi atto che certifichi le modalità di trasmissione dal SISMI al Ministro della difesa dei dati relativi alla vicenda; il mancato coordinamento tra SISMI e SISDE; il fatto che sino all'aprile del 1998 nessuna misura di controspionaggio era stata presa con riferimento alle persone chiamate in causa dal dossier».
Si è quindi tentato «di accertare i modi e le procedure di ricevimento dei report dal servizio collegato britannico (MI6); le modalità con cui le informazioni contenute nel dossier sono state trattate dal servizio di informazione e sicurezza militare (SISMI); i riscontri compiuti da tale servizio sulle informazioni ricevute; la completezza dell'informativa data ai Governi dell'epoca e le disposizioni impartite da questi ultimi». La Commissione ha quindi proceduto, oltre a verificare e acquisire dal SISMI i documenti originali del dossier Mitrokhin nonché i racconti stenografici delle sedute, a svolgere un ciclo di libere audizioni nei riguardi dei presidenti del Consiglio dal 1995 al 1999 (Lamberto Dini, Romano Prodi e Massimo D'Alema), ai diversi responsabili dei servizi di intelligence dell'epoca nonché al presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga.
Riguardo al contenuto dei report «emerge chiaramente che il KGB era presente in Italia con contatti nella politica, nella pubblica amministrazione, nell'imprenditoria, nel giornalismo e nella Chiesa (ad esempio nel 1980 la residentura del KGB di Roma aveva avuto l'ordine di considerare la "penetrazione in Vaticano" un obiettivo prioritario). Partendo proprio da questo ultimo dato e da quanto scritto nell'ultimo libro del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II dal titolo Memoria e identità - in cui per la prima volta parla dell'attentato alla Sua persona come "una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza scatenatesi nel XX secolo" - la Commissione ha ritenuto opportuno avviare un ciclo di audizioni al fine di verificare l'eventuale ruolo svolto dal KGB e dai Servizi segreti dei Paesi dell'ex Patto di Varsavia nell'attentato del 13 maggio 1981».
Infine, per chiarire e completare alcuni aspetti dell'inchiesta, la Commissione ha effettuato delle missioni in Francia ed in Ungheria al fine di acquisire materiale documentale di estremo interesse per questo lavoro di verifica e analisi.
Ma vediamo ora di analizzare la figura di Mitrokhin e come viene alla luce il suo famoso dossier. Vassilj Nikitich Mitrokhin nasce nel 1922 nel distretto di Ryazan (Russia Centrale) e partecipa alla Seconda Guerra Mondiale come ufficiale dell'esercito. Nel 1944 si laurea in diritto e inizia quindi la sua carriera nell'intelligence estera sovietica. Alla fine del 1956, a seguito di sue moderate critiche riguardanti il modo in cui era stato diretto il KGB, viene
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L'anno successivo alla dissoluzione dell'URSS Mitrokhin riuscì a trasferire la sua documentazione fuori dal Paese. Nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1992, come in una perfetta spy-story, Mitrokhin riuscì a raggiungere in treno Riga, capitale della Lettonia ormai indipendente, portando con sé una parte del suo archivio opportunamente selezionato e nascosto in una valigia: lì riuscì ad avere un incontro presso l'ambasciata britannica dopo un fallito tentativo con quella americana. I diplomatici inglesi capirono subito di avere di fronte del materiale scottante e di avere a disposizione una fonte di importanza straordinaria, pertanto verso la fine di quell'anno autorizzarono l'ingresso in Gran Bretagna di Mitrokhin che portò con sé, assieme alla sua famiglia, anche il prezioso archivio. Mitrokhin visse così in una località segreta fino alla morte, avvenuta nel 2004.
Il lavoro svolto da Mitrokhin, composto da quasi 300.000 schede, venne così decodificato, tradotto e classificato da parte del servizio segreto inglese sotto l'attenta e pignola visione dell'autore e consegnato ad ogni Paese a cui i report (schede) si riferivano: all'Italia vennero recapitate 261 schede tra il 1995 e il 1999. Nonostante questi rapporti contenessero un enorme numero di notizie di reato riferite a persone identificate o identificabili, i direttori del SISMI dell'epoca non trasmisero nulla agli organi giudiziari (a parte le schede nr. 237 e 238 con oggetto "Locazione e contenuti dei nascondigli del KGB in Italia", che avevano portato al reperimento e bonifica di apparati radio con dispositivi esplosivi di protezione occultati in provincia di Roma e Rieti). Allo stesso tempo il SISMI evitò accuratamente di incontrare e ascoltare il teste Impedian (ovvero Mitrokhin), nonostante fosse offerta questa opportunità per ben tre volte nel corso del 1996 dal servizio segreto inglese MI6 «per ottenere tutti i chiarimenti che avrebbe potuto dare sulle identità, le attività, il ruolo e l'importanza delle persone». Il SISMI non dette mai alcuna risposta alle tre offerte ma decise che la soluzione migliore fosse incontrare la fonte in tempi successivi. A questo proposito il SISMI aveva chiesto di poter sentire Mitrokhin come testimone, cosa che non era possibile in quanto la fonte non poteva testimoniare davanti a una magistratura estera. Ma questo "rifiuto" da parte di MI6 era inteso semplicemente al fatto di non far testimoniare Vassilij Mitrokhin davanti alla magistratura italiana, di certo non a collaborare con il SISMI, come infatti documentato dalla triplice offerta di quell'anno.
Pertanto «i comportamenti omissivi del servizio, avallati, se non addirittura determinati, dall'Autorità politica, hanno compromesso la possibilità di accertare le responsabilità di chi ha operato per esercitare lo spionaggio in Italia a favore dell'Unione Sovietica».
In un articolo apparso su "Il Giornale" del 19.01.2006, Paolo Guzzanti ha scritto: «Sappiamo oggi che la storia dell'assassinio del Papa progettato a Mosca, la sua esecuzione affidata ad Agca ed alcuni altri che avrebbero dovuto poi essere fatti espatriare in un furgone con targa diplomatica dall'ambasciata bulgara ai Parioli, è molto più complessa e la commissione Mitrokhin con una lunga serie di audizioni dei magistrati che hanno investigato, da Martella a Priore, da Marini a Imposimato, ha fatto gravi e importanti scoperte [.]. Non si capirebbe nulla di questa storia intrecciata e confusa se non esistesse un libro, A Cardboard Castle?, che raccoglie tutti i verbali delle riunioni dei ministri della
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Vista la sommaria elencazione di questi fatti, procederò con ordine per l'analisi e l'approfondimento storico.
Parlo anzitutto, oltre che dei documenti citati dei ministri della Difesa del Patto di Varsavia, di un insieme di notizie emerse da fonti ufficiali tedesche, austriache e ungheresi dalle quali si è appreso che esistevano dei piani d'invasione dell'Europa occidentale, nella quale l'Italia appare in una posizione importante e tuttavia periferica rispetto ad un attacco che doveva investire in maniera fulminea la Germania e la Francia per poi ottenere il controllo dell'intera Europa nella quale, dopo la fine delle violentissime e rapidissime ostilità, si sarebbero installati dei governi fantoccio sotto il dominio incontrastato dell'Unione Sovietica.
Per essere in grado di scatenare un attacco di questa portata, occorreva mantenere una macchina da guerra perfettamente oliata e pronta scatenare un Blitzkrieg che richiedeva la costituzione e il mantenimento operativo della più grande armata mai vista nella storia. Inoltre è evidente che un attacco della NATO verso est non avrebbe avuto alcuna speranza di successo, in quanto oltre all'inferiorità delle forze, la continuità dello schieramento del Patto di Varsavia dal Circolo polare artico fin quasi al Mediterraneo avrebbe consentito di tagliare sul fianco qualsiasi penetrazione da ovest. L'URSS inoltre disponeva di un potenziale di truppe di AT (aerotrasportabili) a prontezza immediata di circa 90.000 uomini, affiancate dalle unità speciali Spetsnaz, ovvero commandos addestrati e preparati a operare nelle condizioni più estreme e dipendenti direttamente dal GRU, il famigerato servizio segreto militare che anche oggi continua ad operare con lo stesso nome. A questo riguardo è importante ricordare le linee-guida della dottrina militare sovietica basata sul marxismo-leninismo, che vede il mondo come un campo di battaglia delle classi e dei sistemi sociali ed è certo della «inevitabile vittoria del socialismo».
A metà degli anni Settanta, in coincidenza della crisi americana seguita al ritiro dal Vietnam, inizia per i sovietici il periodo di massima opportunità per la conquista manu militari dell'Europa occidentale con il minimo rischio di risposta da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Durante quegli anni si stima inoltre che l'URSS abbia destinato dall'11 al 15% del suo PIL per spese militari contro il 5% degli USA. Pertanto il collasso economico che si manifesterà alla fine degli anni Ottanta è riconducibile anche alle spese elevatissime per gli armamenti, mentre le popolazioni civili di quei Paesi sono costrette al razionamento alimentare e a lunghe file per la spesa quotidiana.
Tornando al piano di attacco, il Paese contro cui portare la manovra principale era la Germania che, secondo una corretta valutazione del Patto di Varsavia, avrebbe fatto perdere alla NATO il territorio più ricco di risorse e più vasto nel cuore del suo schieramento. La caduta della Germania avrebbe significato la caduta dell'intera Europa. L'attacco, previsto con l'impiego di armi convenzionali e atomiche tattiche, si sarebbe quindi diretto su Danimarca, Belgio e Olanda per raggiungere infine la Francia e conquistarla. L'offensiva avrebbe operato anche contro paesi neutrali quali Svizzera, Austria, Svezia e Jugoslavia. In questo contesto l'Italia rappresentava un fronte non meno importante, in quanto le basi aeree e marittime del Nord Italia avrebbero costituito dei punti di partenza per i rinforzi strategici americani; era quindi importante conquistarle nel più breve tempo possibile. L'invasione dell'Italia del Nord era un'azione solo apparentemente secondaria, in realtà costituiva una componente irrinunciabile della manovra principale sul fronte centrale. La missione era infatti quella di attaccare la frontiera italiana, penetrare nella pianura padano-veneta e occupare l'area strategica Padova-Milano-Torino.
Nel dicembre 1977 il Patto di Varsavia schierò i cosiddetti "missili di teatro" SS20. Si trattava di vettori dotati di testate nucleari puntati contro tutti i paesi NATO e in particolare contro la Germania, la Francia e l'Italia. Fu un atto di aperta ostilità militare - come la mobilitazione generale in passato - al quale si aggiunse la creazione di un comando unificato di guerra sotto la guida dell'URSS. Tuttavia il Patto di Varsavia era attraversato da tensioni interne, in quanto la Polonia chiedeva una zona "denuclearizzata" al centro dell'Europa (il cosiddetto "piano Gomulka"): secondo Guzzanti «la chiave di questi piani d'invasione era la Polonia, destinata peraltro a una massiccia distruzione atomica di rappresaglia perché l'attacco sovietico prevedeva l'uso di oltre mille bombe come quella di Hiroshima sulla sola Germania». Inoltre la Romania, sotto la dittatura di Nicolae Ceaucescu, continuava a disertare le riunioni dei ministri della Difesa dichiarando che non avrebbe mai partecipato a una guerra aggressiva contro l'Occidente. Infine il movimento Charta 77, sorto in quel periodo a Praga, fu un ulteriore segnale di dissenso nei confronti del comunismo.
Nel frattempo in Europa occidentale si assiste a una massiccia mobilitazione dei movimenti pacifisti al grido "meglio rossi che morti", per impedire lo schieramento di missili americani in risposta a quelli sovietici. È pertanto significativo come l'arma della propaganda, usata in maniera spregiudicata, mascherasse attraverso il Movimento mondiale della pace (World Peace Council) l'intenzione di creare un terreno favorevole alla guerra, strumentalizzando e cercando di mettere in condizione di sottomissione psicologica i governi occidentali. Erano anche questi gli obiettivi che il KGB si era prefissato al fine di inquinare e disinformare in maniera capillare l'opinione pubblica.
L'invasione sovietica dell'Afghanistan, avviata il giorno di Natale del 1979, è una tappa di questa espansione militare da parte dell'URSS, che vuole così estendere il raggio della propria aviazione e chiudere, in caso di guerra, la via d'accesso al Golfo Persico per fermare il flusso di petrolio verso l'Occidente.
Comunque, i rovesci militari sovietici in Afghanistan, la risposta della NATO con l'installazione dei missili Pershing e Cruise in Europa e la successiva decisione del presidente americano Ronald Reagan di realizzare uno "scudo stellare" di difesa, tagliano qualsiasi speranza di attacco strategico da parte del Patto di Varsavia che, solo nel maggio 1987 (a seguito di una riunione del Comitato Consultivo) adotta una linea puramente difensiva.
L'economia basata sulle spese militari e le spese per la macchina propagandistica (che tra il 1979 e il 1982 brucia oltre 10.000 miliardi di dollari) porteranno al definitivo collasso economico dell'URSS.
Una osservazione molto lucida ci permette oggi di notare che gli itinerari di penetrazione del Patto di Varsavia nel nord Italia hanno una coincidenza inquietante con le città che segnarono la nascita, lo sviluppo e il radicamento delle Brigate Rosse. Dall'analisi dei report "militari" del dossier Mitrokhin, sono emersi inoltre chiarissimi contatti tra una parte del Partito Comunista Italiano (PCI) e il KGB per la formazione di un "movimento di resistenza" necessario all'individuazione di siti di sbarco o di atterraggio, di percorsi, di nascondigli, ecc. e che "gruppi di agenti locali" furono ripetutamente inviati in campi di concentramento cecoslovacchi, sovietici e cubani. Come è stato ampiamente documentato dal lavoro svolto dalla Commissione Mitrokhin nel corso delle sue rogatorie internazionali, l'organizzazione del terrorista internazionale Carlos - alias Ilich Ramirez Sanchez, nato a Caracas (Venezuela) il 12.10.1949 - era legata ai servizi di intelligence dei Paesi d'oltre cortina e «moltissimi brigatisti rossi, tra cui Antonio Savasta, erano semplicemente agenti operativi della Stasi e del KGB» (Corriere della Sera, Milano, 01.12.2005). Tale struttura era infatti inquadrata fino alla metà degli anni '80 nella sezione "Separat" del servizio segreto della ex DDR (Stasi) con il compito di coordinare le attività dei vari terrorismi europei, tra cui le Brigate Rosse e Prima Linea in Italia, l'ETA in Spagna e l'IRA in Irlanda del Nord, fungendo in questo modo da vera e propria quinta colonna armata.
Gli obiettivi dei vari terrorismi erano quelli di operare "dietro le linee" e, nei piani sovietici, erano finalizzati all'eliminazione di una intera classe dirigente che doveva poi essere rapidamente sostituita per permettere di riprendere le attività economiche e produttive nei vari paesi in seguito al violento "ricambio" dovuto all'intervento militare. Inoltre ciò era anche teso a creare panico nell'opinione pubblica nei confronti dei governi legittimamente eletti. «I documenti raccolti gettano nuova luce sulle responsabilità nelle stragi degli Anni '80, in particolare quella di Bologna e quella sul Rapido 904 Napoli-Milano: uomini legati a Carlos erano a Bologna nei giorni dell'attentato e vi sono prove di legami fra la sua organizzazione ed esponenti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) che operavano in Italia» (Documento conclusivo sull'attività svolta e sui risultati dell'inchiesta, p. 282). Come tutti possono chiaramente vedere dalla lettura dei fatti storici, questa fase della lotta armata si esaurì verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso, proprio in coincidenza - e forse non è un caso - con la crisi e la fine del comunismo in Europa.
Il piano di attacco al nostro paese, rimasto in vigore dagli anni Sessanta fino al 1987, avrebbe dovuto essere operato da forze cecoslovacche e ungheresi che, violando la neutralità austriaca, dovevano poi passare dai valichi del Brennero e del Tarvisio. Il nostro paese sarebbe stato così investito con la massima capacità di fuoco (convenzionale e nucleare) e con largo impiego di armi chimiche. Il Patto di Varsavia aveva pianificato la conquista del Nord Italia con l'impiego di 300.000 armati. Ma tutto ciò non sarebbe stato possibile - in primo luogo l'attraversamento delle Alpi -, se a tergo delle linee italiane non si fosse organizzato un caos incontrollabile mediante l'eliminazione di centri strategici di difesa tramite assassinii, sabotaggi e attentati.
Il delitto Moro si inserisce in questo contesto, in quanto «è un dato di fatto accertato che durante la sua prigionia furono sottratti i piani segreti della difesa da un'invasione, contenuti nella cassaforte del Ministro della difesa» (Documento conclusivo sull'attività svolta e sui risultati dell'inchiesta, p. 173) e in particolare i piani di quella operazione dietro le linee amiche, denominato Stay behind o Gladio, che avrebbe dovuto scattare in seguito a una invasione delle forze del Patto di Varsavia.
«La cattura dell'ostaggio cartaceo rappresentato dai piani militari durante il rapimento Moro è probabilmente la ragione stessa del rapimento. [...] L'obiettivo del GRU [il servizio segreto militare dell'Unione Sovietica, operante ancora oggi in Russia con inquietante continuità sotto lo stesso nome n.d.r.] consisteva nell'ottenere da e tramite il presidente Aldo Moro preziose informazioni militari per scavalcare i confini italiani senza ritardi e senza perdite» (Documento conclusivo sull'attività svolta e sui risultati dell'inchiesta, p. 96 e pp. 210-211). La lunga detenzione, durata ben 55 giorni, risulta comprensibile se inquadrata in una strategia ben pianificata da parte dei rapitori al fine di indebolire e destabilizzare al massimo le istituzioni democratiche.
Si può pertanto inquadrare in questo contesto internazionale l'azione delle Brigate Rosse, cioè come strumento necessario al compimento di vaste azioni di sabotaggio e di destabilizzazione in coincidenza con un'invasione sovietica. Simili piani coinvolsero anche la Francia e la Germania, che furono scosse a loro volta in quegli anni «da forme di terrorismo simili a quello italiano e tra loro strettamente collegate e correlate».
Riguardo al sequestro e all'assassinio dell'onorevole Aldo Moro, segretario della Democrazia Cristiana (DC), c'è da notare innanzitutto il modo con il quale avvenne il sequestro: «Aldo Moro fu catturato con una vera e propria operazione di commando, l'unica messa in atto dopo la seconda guerra mondiale. Tutta la scorta fu assassinata ed era presente anche un tiratore scelto straniero che non fu mai preso e del quale non si è mai parlato» (Documento conclusivo sull'attività svolta e sui risultati dell'inchiesta, p. 97). Questo "tiratore scelto" viene citato al report nr. 83 del dossier Mitrokhin con il nome di Sergej Sokolov e descritto come un ufficiale del V° dipartimento del Primo direttorato principale del KGB che lavora per l'Italia. Il Documento conclusivo del dossier Mitrokhin riporta - citando un'informazione del SISMI - che Sokolov nel 1977 aveva 24 anni ed arrivò a Roma il 10 novembre proveniente da Mosca con una borsa di studio per frequentare la facoltà di Scienze Politiche dove il professor Moro teneva lezione. Secondo il racconto del professor Tritto, assistente universitario del prof. Aldo Moro, il giovane ebbe modo di frequentare i corsi e di avvicinare l'on. Moro il quale, pur essendo insospettito dall'atteggiamento del giovane, «voleva poterlo controllare dappresso, invitandolo alle manifestazioni culturali». Infatti il giorno prima del rapimento (avvenuto il 16 marzo 1978) ebbe modo di invitarlo personalmente per assistere al discorso programmatico in occasione della presentazione del nuovo Governo alle Camere, che però non avvenne mai. Pochi giorni dopo il sequestro dello statista Sokolov lasciò improvvisamente l'Italia per poi rientrare probabilmente nei primi giorni di aprile, in pieno rapimento. Tre anni più tardi sarà di nuovo in Italia come parte attiva dei servizi sovietici in occasione degli sviluppi giudiziari del fallito attentato a Giovanni Paolo II (Documento conclusivo sull'attività svolta e sui risultati dell'inchiesta, p. 216).
Inoltre «Aldo Moro fu l'uomo che strutturò i Servizi segreti italiani e che partecipò attivamente a tutte le fasi della costruzione della difesa dell'Alleanza atlantica» (Documento conclusivo sull'attività svolta e sui risultati dell'inchiesta, p. 96): era colui che stava traghettando il PCI nell'area di governo con il famoso "compromesso storico", seguito allo strappo di Berlinguer - ma non di tutto il PCI - il quale dichiarò, per evidenti calcoli politici, di sentirsi «più protetto dall'ombrello della NATO» che non al di fuori dell'Alleanza atlantica. Questa presa di posizione era in evidente, aperto contrasto con la pianificazione di una conquista militare dell'Europa da parte dell'Unione Sovietica, inclusa l'Italia del Nord.
Queste le interessanti conclusioni della Commissione su questa intricata vicenda: «C'è una evidente connessione fra i misteri della vicenda Moro - che convergono tutti sui piani di invasione del Patto di Varsavia in Europa - e la gestione del dossier Mitrokhin che ha portato a proteggere la rete di agenti prima sovietici ed oggi russi che agivano e che, grazie alle collusioni istituzionali, è tuttora presumibilmente all'opera. Il rapimento Moro aveva uno scopo eminentemente militare. Ebbe certamente dei complici nelle istituzioni, verosimilmente una quantità fra quelli nella lista Mitrokhin, i quali, proprio perché operanti da antica data erano da tutelare in relazione ai loro misfatti durante il rapimento di Moro e, più tardi, per l'attentato a Giovanni Paolo II. Era tutta qui l'ansia di depistare e proteggere, manifestata con la gestione apparentemente sconsiderata del dossier Mitrokhin, in realtà lungimirante e ben determinata a proteggere le antiche e sempre esistenti complicità. La sorte del presidente Aldo Moro era segnata fin dall'inizio. Ci fu il ricatto, vi fu chi cedette al ricatto e da quel momento in avanti i ricattati furono nelle mani dei ricattatori, fino allo scioglimento della Democrazia Cristiana, a dispetto (o ragione) del fatto che fosse dalla parte dei vincitori della Guerra Fredda».
Inoltre la centrale di disinformazione del KGB aveva accuratamente preparato in quest'occasione un vero e proprio montaggio con il nome in codice Shpora (sperone) per coinvolgere e falsamente accusare il servizio segreto americano di tutta questa vicenda: infatti i giornali italiani riportarono la lettura di questo evento "intossicati" da questa lettura ideologica, ciò che si ripeterà tre anni più tardi con le stesse modalità nella parte successiva all'attentato miracolosamente fallito a Papa Giovanni Paolo II.
Si è anche parlato molto del ruolo che i servizi segreti italiani svolsero durante questa vicenda. A questo riguardo Franco Mazzola, Sottosegretario alla Difesa e inoltre Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per i Servizi Segreti nei governi Andreotti, Cossiga e Forlani - quindi un diretto protagonista delle vicende di quegli anni - ha affermato in occasione della pubblicazione del suo libro, I giorni del diluvio, come «nel 1978 il SISDE, Servizio Segreto per la Sicurezza Interna, aveva due mesi di vita». La legge 801 di riordino dei servizi di sicurezza era appena entrata in vigore e tale organismo aveva a disposizione «quattro stanze e venti persone». Quindi secondo l'ex senatore è «difficile ritenere che quelle strutture potessero avere un controllo capillare delle Brigate Rosse tanto da avere persino delle basi nelle zone stesse che ospitavano i covi dell'organizzazione».
Mentre era in corso il sequestro dell'on. Moro, il 2 aprile 1978, il prof. Romano Prodi - allora non parlamentare -, avrebbe partecipato in casa di amici in provincia di Bologna ad una seduta spiritica, nella quale un piattino, mosso dallo spirito del defunto sindaco cattolico di Firenze Giorgio La Pira (1904-1977), richiesto dell'ubicazione del prigioniero, avrebbe composto il nome "gradoli". Trasmessa poi l'informazione al Viminale, il 6 aprile venne organizzata dalla polizia una retata nel paese di Gradoli (Viterbo) a caccia del prigioniero. In modo "casuale" il successivo 18 aprile venne rinvenuto al nr. 96, interno 11, di via Gradoli a Roma un covo delle Brigate Rosse abbandonato di recente, dove era stato probabilmente detenuto il presidente della DC.
Questa versione è sempre stata trattata con grande cautela dagli organi d'informazione. Invece Guzzanti sostiene che Prodi davanti alla Commissione Mitrokhin abbia ancora mentito sapendo di mentire e sostiene che si sia trattata di una «falsa seduta spiritica, grazie alla quale [Prodi] ancora protegge il suo segreto: come faceva costui a conoscere l'indirizzo di via Gradoli in Roma, compreso il numero civico 96 e il numero dell'interno 11 dove i rapitori di Aldo Moro avevano stabilito il loro quartier generale?». Per questo motivo Guzzanti presentò una denuncia in data 23 dicembre 2005 al Procuratore Capo di Roma, accusando pubblicamente Prodi «di essere un mentitore non avendo mai voluto dire la verità sull'identità di chi gli ha fornito l'indirizzo, nome della strada, numero civico e dell'interno, dove il quartier generale dei rapitori di Aldo Moro si erano stabiliti durante l'interrogatorio del prigioniero, e anzi di non aver voluto comunicare la preziosa informazione alle autorità dello stato, agendo in modo tale da far giungere alla fine le forze dell'ordine al paese di Gradoli anziché in via Gradoli a Roma, cosa che permise ai rapitori di eclissarsi».
Voglio soltanto ricordare che, «per una curiosa coincidenza, pochi mesi dopo la seduta spiritica, Prodi avvia la sua "vera" carriera politica diventando ministro dell'industria nel quarto governo Andreotti» (Documento conclusivo sull'attività svolta e sui risultati dell'inchiesta, p. 239).
Sulla figura di Romano Prodi esiste un'interrogazione al Parlamento Europeo del deputato inglese Gerard Batten - visitabile sul sito www.paologuzzanti.it -, il quale chiede all'ex-presidente della Commissione Europea di chiarire la sua posizione rispetto al KGB. Tale richiesta venne fatta in seguito alle rivelazioni ricevute da Batten da parte di un ex-ufficiale del servizio segreto russo rifugiato a Londra, Alexander Litvinenko, il quale era anche in contatto con Mario Scaramella, consulente della Commissione Mitrokhin. Purtroppo Litvinenko, che fra l'altro aveva scritto un libro accusando apertamente la politica del presidente russo Vladimir Putin, è morto in seguito ad avvelenamento da polonio-210, una sostanza radioattiva letale, in un ospedale di Londra nel novembre del 2006.
Queste accuse sono state rilanciate anche dall'ex presidente della Lituania Vytautas Landsbergis sul giornale The Baltic Times del 25 gennaio 2007.
Dunque nessuno di questi elementi prova che Prodi fosse un uomo del KGB, ma neppure lo assolve con certezza dal sospetto.
In merito all'attentato a Papa Giovanni Paolo II, la Commissione Mitrokhin ha dedicato un intero capitolo a questa vicenda, in seguito alla pubblicazione nel 2004 del libro Memoria e identità del defunto pontefice. Scrive Guzzanti: «il GRU sovietico ebbe l'ordine dal ministero della Difesa a Mosca, il quale a sua volta aveva avuto ordine direttamente da Leonid Breznev, di liquidare Wojtyla per sgombrare la Polonia a fini militari» (Il Giornale, 19.01.2006). È quindi ormai chiarito al di là di ogni ragionevole dubbio che i vertici dell'Unione Sovietica abbiano preso l'iniziativa di eliminare Karol Wojtyla (1922-2005) e che tale decisione si sia basata su necessità militari prima che ideologiche. Esso venne organizzato con la complicità dei servizi segreti bulgari e di quelli della Repubblica Democratica Tedesca (DDR), ingaggiando per l'esecuzione il terrorista nazionalista turco Mehmet Alì Agca. Sia che l'attentato riuscisse o fallisse, la Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, doveva poi occuparsi delle operazioni di disinformazione necessarie al caso, nel quadro della cosiddetta operazione Papst. Sappiamo oggi che in quel periodo il Patto di Varsavia era impegnato nell'enorme sforzo economico, logistico e strategico di mantenere in posizione offensiva la più grande armata di tutti i tempi e che la Polonia in questo contesto strategico-militare rappresentava il teatro centrale di una "guerra-lampo" (Documento conclusivo sull'attività svolta e sui risultati dell'inchiesta, p. 267). L'inagibilità della Polonia con la imprevista vitalità del sindacato cattolico operaio Solidarnosc - il cui leader Lech Walesa era il secondo obiettivo da affidare al killer turco - (Il Giornale 19.01.2006) e la sua connessione con il noto ex arcivescovo di Cracovia, fu per i piani sovietici un duro colpo che portò all'ipotesi di un'invasione del paese come già avvenuto in Ungheria e Cecoslovacchia. Il problema fu poi risolto con un colpo di stato militare da parte del generale Jaruzelski, attuato il 13 dicembre 1981, che fece sciogliere tutte le organizzazioni politiche e sindacali, compresa Solidarnosc.
La decisione di eliminare il papa polacco venne presa in occasione della storica visita al suo paese natale (2-9 giugno 1979). L'attentato avrebbe poi dovuto avvenire durante la sua prima visita a Parigi nel 1980, ma l'operazione venne rimandata.
Riguardo alla situazione politica italiana occorre ricordare che nel 1981 il nostro paese era ancora sotto shock a causa del disastro di Ustica e della strage alla stazione di Bologna avvenuti nel corso dell'anno precedente e che avevano destabilizzato l'opinione pubblica, i partiti e la magistratura: l'Italia, considerata "ventre molle" dell'Alleanza Atlantica era ormai sotto un continuo attacco armato dal rapimento del presidente Moro.
La storia del processo si concluse poi con la condanna all'ergastolo di Alì Agca ma non identificò i mandanti a causa del lavoro di disinformazione operato dalla Stasi - anche se i magistrati riconobbero la presenza e la potenza militare e spionistica. Infatti Agca aveva svelato i nomi dei complici ma poi ritrattò tutto e fece finta di impazzire, distruggendo in questo modo tutto il processo.
In questa occasione gli Stati Uniti e l'allora direttore della CIA Bill Casey, nonostante fossero a conoscenza dei veri mandanti dell'attentato, decisero di mantenere un bassissimo profilo e minimizzare l'accaduto, per non provocare la reazione del gigante sovietico che avrebbe potuto portare a delle gravissime conseguenze sul piano internazionale. Tra l'altro mettendo in secondo piano l'inchiesta della giornalista americana Claire Sterling che aveva battuto con molta forza la "pista bulgara".
In questa esposizione si può notare come un vero e proprio "filo rosso" unisca gli avvenimenti della storia recente in Europa e che questo sia attestato anche e soprattutto dalle rivelazioni del dossier Mitrokhin e dai lavori della Commissione parlamentare presieduta dal senatore Guzzanti. Una pagina tutt'altro che chiusa, in un'ottica di inquietante continuità per i metodi utilizzati dal vecchio KGB e dagli attuali eredi FSB-SVR, responsabili secondo Scotland Yard dell'omicidio dell'ex colonnello Litvinenko.
Inoltre, a conferma ulteriore dei legami esistenti tra le Brigate Rosse e l'Unione Sovietica e dell'influenza svolta dal KGB sui paesi occidentali durante la Guerra Fredda, l'ex senatore Franco Mazzola ha dichiarato come «all'origine del terrorismo in Europa ci fosse il KGB con il suo potentissimo primo direttorato centrale». In occasione della presentazione del suo libro, ha ammesso di essere sempre stato convinto della responsabilità dei bulgari per l'attentato a Papa Giovanni Paolo II.
Guardando infine alla storia di quegli anni, colpisce quanto Antonio Socci ha scritto di recente in un suo libro: «gli esperti di questioni politico-militari sostengono che il 1984, con il duro scontro sui missili che mettevano alle corde il sistema sovietico, fu il momento di massima tensione tra Est e Ovest. [...] Il fatto che mise ko il potenziale militare sovietico [...] fu l'esplosione dell'arsenale di Severomorsk, nel Mare del Nord. Senza quell'apparato missilistico [...] l'Urss non aveva più alcuna speranza di vittoria» (Antonio Socci, Mistero Medjugorie, Piemme, Casale Monferrato 2005). È singolare constatare che la data di questo fatto: 13 maggio 1984, festa della Madonna di Fatima e terzo anniversario dell'attentato in Piazza S. Pietro. Tra l'altro, proprio il 25 marzo 1984 il Papa aveva consacrato il mondo al cuore di Maria. Continua Socci: «Senza sapere nulla di tutto questo, né delle segrete cose del Cremlino, Lucia, l'ultima delle veggenti di Fatima, in una delle sue rarissime interviste dichiarò candidamente: "La Consacrazione del 1984 ha evitato una guerra atomica che sarebbe accaduta nel 1985"».
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